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A Ischia Ponte nel 1200 il porto

di Agostino Lauro

 Non finirebbe di interessare e di ammaliare qualunque erudito la storia della vistosa e potente marineria fiorita ad Ischia tra il 2 e il 300, certamente non seconda - nello stesso periodo - a quelle di Amalfi, di Sorrento, di Pozzuoli, di Ravello e di Positano.
Risentire del coraggio, della azzardosa e febbrile intraprendenza della dilapidazioni subite o della ricchezza di molti e celebrati nobili dell'epoca: i Salvacossa, i Bulgaro, gli Abbate, gli Assante, i Buonanno, gli Zofa, i Magnocia, i Melluso, i Papacoda e poi i Picardo, i Cossa, i Cipolletta, i Talierci, i Calosirto e tanti e tanti altri ancora, stimolerebbe alla suggestionante rievocazione di meravigliose avventure, risolvendo, alla fine, nell'impazienza di analisi metodiche sulle ragioni antiche e nuove che hanno fatto Ischia così com'è, nella sua esistenza e nella sua essenza di isola che, esplosa dal mare per un gemito della natura, al mare mantiene legata la sua sorte; e, pregna di lacrime beatificanti, continua ad elargire questa eredità primigenia che la sostanzia a chiunque ne chieda arrivando dal mare, estenuandosi, agonizzando.
Questo non significa neppure ricordare perché mai quelle famiglie, rammentate, oggi, solo da una serie di lettere unite che suonano appunto nomi, non impigrissero nella apparente segregazione di isolani, ma, recidendo le gomene delle loro imbarcazioni, stabilivano rapporti commerciali e collegamenti mercantili con una qualificazione marinaresca che li rese famosi e richiesti. Non vuol dire neanche riferirsi alla loro perspicacia ed alla loro opulenza che li fece potenti fino alla capacità di condizionare la politica angioina o aragonese, che contrastarono quando i progetti e l'ambizione regale non coincisero con le loro prospettive.
Tuttavia è possibile rivedere la memoria e scoprire nello stesso tempo un filone inviolato di storia che fu la loro e dell'isola intera, se si riconnettono a mosaico le sparse ordinanze dei registri angioini e di quelli aragonesi.
Tracciamo in tal modo l'esistenza di un porto duecentesco del quale è andato travolto finanche il ricordo.
Tornerà subito opportuno relegare nel patrimonio della fantasia la notizia che attribuisce ad Alfonso d'Aragona il progetto originale del ponte di collegamento tra l'isola maggiore e l'isolotto sul quale s'erge il Castello, non trascurando di ricordare l'arbitrarietà della targa marmorea che ne consacra il ricordo col suo appellativo.
  Il ponte è "aragonese" per quel tanto di interesse politico che Alfonso ed i suoi successori vi dimostrarono nelle "riparazioni" e nelle "sistemazioni" periodiche, giacché garantiva un raccordo comodo della sorgente città e del Castrum, posti sullo scoglio, con l'isola ed un accesso sicuro alla fortezza ritenuta sempre "la seconda chiave del Regno" dopo quella di Gaeta.
   Non fu costruito prima in legno e poi in muratura dagli Aragonesi, come ha scritto qualcuno; ma, in opera muraria, quel ponte già esisteva da secoli quando Alfonso approdò la prima volta ad Ischia nel 1423, su invito di Michele Cossa, cittadino d'Ischia e quarto Signore di Procida. Neutralizzata la resistenza della famiglia Magnocia che contendeva l'egemonia dell'isola ai Cossa con l'abile stratagemma tramandatoci dal Pontano nei particolari fino all'espugnazione della fortezza, l'aspirante alla successione del trono partenopeo e poi contestato dalla volubile regina Giovanna, stabilisce in Ischia il suo quartier generale.
   Dieci anni più tardi, quando la fortuna gli sembrò più seconda, memore dell'inviolabilità di quella rocca (né prima, né dopo fu mai espugnata) con l'editto del 1433 ordinò che gli introiti della dogana, esclusiva per tutti i territori a lui soggetti, per il sale, per la pece, e per il ferro fossero così ripartiti da farne beneficiare, per la quarta parte, i lavori di riparazione e fortificazione del maschio, quanto ne abbisognasse ("... Reparationi et fortificationi Castri predicte isclae, quandiu scilicet castrum ipsum reparatione fortificatione indiguerit et non ultra") e per gli altri tre quarti la riparazione delle mura, delle torri, del molo o ponte esistente in Ischia ("... In reparationem omnium turrium et moli sive pontis civitatis predictae ......).
  Questo ponte plurisecolare, allungato nel tratto marino che separa l'isola dal Castello, completa il circuito dell'ampia baia che si incurva per Cartaromana fino al promontorio costituito dai Monti di Campagnano protesi verso Capri.
  Se percorriamo oggi quel viadotto romantico che si adagia nel mare di giada, incontro alla mole del vecchio gigante stremato che sopravvive a se stessa, tra il piglio distaccato e furbesco delle colline di Soronzano, di San Domenico e di Campagnano, odoranti di ginestre e di mosto settembrini, e le fusa giulive delle isole viciniori che ammiccano a festa, rimaniamo assorbiti dal paesaggio fervido e persuasivo, eludendo gli istanti richiami delle memorie storiche esaurite troppo spesso dagli schemi di una sonnecchiante retorica o dalle più vivaci elaborazioni della fantasia.
   Quella rada, a destra, tra il ponte e gli scogli di S. Anna, con gli accoglimenti di cui furono industriosi gli avi del duecento, si trasformò, signorsì, in vero e proprio porto.
   Il termine non è iperbolico né cadrebbe acconcia una terminologia analogica per dar vigore descrittivo ad una realtà incontrastabile, di cui anche il ricordo è stato tradito.
Fin dai primi anni del suo regno, Carlo I d'Angiò si era reso conto della privilegiata ubicazione dell'isola; se la immaginò centro di difesa nei suoi progetti e la trovò rispondente ai suoi piani strategici. Volle perciò costruito un maschio sull'isolotto che, comunemente, fu denominato con l'appellativo di Castello e fu sistemata a porto l'insenatura sottostante, fornita persino di una sorgente di acqua potabile che sgorgava alle falde di Soronzano.