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Epomeo

di Raffaele Castagna

Anche se oggi è comunemente indicato con la denominazione Epomeo, il monte dell'isola d'Ischia nelle storie e nelle descrizioni antiche si trova citato con altri nomi: Epopeo, Epopon, e S. Nicola per l'eremo ivi costruito e al Santo dedicato.
Strabone nella sua Geografia così riporta: "Il monte Epomeo al centro dell'isola".
Plinio (Naturalis Historia, II, 89): "montem Epopon"; e sulla scorta di tale autore, Camillo Eucherio de Quintiis, cantando l'isola nel suo poema Inarime seu de balneis Pithecusarum, così poetizza:

                 In medio elatis caput inter nubila condit
                 Rupibus, et valles late prospectat
Epopeus (I, vv. 114/115)
                 
  Al centro (dell'isola) tra le nubi occulta la vetta con le alte
  rupi e le valli per ampio tratto mira l'Epopeo.

In merito alle dette denominazioni riportiamo una nota del prof. Giorgio Buchner (in Tremblements de terre.... estratto Publications du Centre Jean Bérard, Naples 1986): «I codici, come si rileva dall'apparato di Sbordone, recano Epoméa e in un caso Epomaia che tutti gli editori, a cominciare da Causabono (1587), correggono in Epopéa.
La parola epopào - che significa "luogo donde si scorge ampiamente intorno" - è attestata infatti anche altrove quale toponimo di alture, e anche Plinio riporta il nome del monte nella forma Epopon. Se si considera ancora che il toponimo appare particolarmente appropriato per questo monte dalla cui vetta l'occhio spazia libero per tutto l'orizzonte su un meraviglioso panorama, non si può dubitare che l'emendamento colga nel giusto.
Che la forma errata Epomeo sia ormai irrimediabilmente radicata, è dovuto a Giulio Iasolino (1588) il quale, quando scrisse il suo libro, non poteva conoscere ancora l'emendamento di Casaubono. E più ancora che al testo di Iasolino in cui è riportato per intero il brano di Strabone in traduzione italiana e menzionato varie volte il nome Epomeo accanto a quello volgare di S. Nicola, la fortuna del toponimo artificiosamente reintrodotto è dovuta alla carta topografica dell'isola in grande scala che accompagnava il suo libro e sulla quale è indicato in grandi lettere maiuscole MAXIMUS MONS EPOMEUS. Dalle riproduzioni di questa carta che ebbero vasta diffusione, il nome è passato successivamente alle carte più recenti e a tutti gli scritti che trattano dell'isola. Dall'impiego erudito la voce Epomeo, negli ultimi decenni, è ormai penetrata stabilmente anche nel parlare degli isolani, tanto che oggi soltanto i contadini anziani usano ancora la genuina denominazione locale di San Nicola, derivata dalla chiesa del santo scavata nel tufo della vetta».
Di questa chiesetta del Santo già parla lo storico Giovanni Pontano, nel De bello neapolitano, lib. V, quando descrive la battaglia fra Giovanni d'Angiò e le truppe dell'ammiraglio Giovanni Poo: «Era nella cima del monte una picciola chiesa di San Nicola, dalla quale era non molto lontano un bastione vecchio, fatto per ricovero delle genti per gli improvvisi assalti di Mori, il qual luogo è chiamato in vocabolo barbaro la Bastia». Secondo Enrico Iacono che ha pubblicato nel 1952 uno studio completo sull'Epomeo «non è facile stabilire l'epoca precisa in cui il monte fu scavato, né si può affermare che quelle grotte erano scavate fin dagli albori del cristianesimo. Forse furono ampliate durante le incursioni dei pirati per la popolazione che in esse si ritirava per trovarvi scampo e salvezza».
Giulio Cesare Capaccio nella sua Historia Neapolitana (1607) riporta le due denominazioni: «Epomeo nel mezzo dell'isola, detto anche monte di S. Nicola».
Giulio Iasolino (De' Rimedi naturali): «... la parte del monte Epomeo meridionale col tempio maraviglioso e devotissimo di Santo Nicola, cavato con mirabile artificio nella sommità del monte predetto con molte celle, e piscina freddissima, e molto delizioso agli occhi dei riguardanti». E altrove: «... Salendo alcuna persona giudiziosa sopra all'altezza del monte Epomeo, tanto celebre appresso gli antichi, e che mirerà all'in giù, e alli circostanti luoghi, vederà con stupore questa Isola che pare signoreggiare le terre vicine; e fermatosi sopra le spalle del gigante Tifone alla sommità del monte, hoggi detto di Santo Nicola, e raggirandosi a torno, gli verrà innanzi....».
Nicola Andria (Trattato delle acque minerali, 1775) riporta sempre le due denominazioni di monte Epopeo e S. Nicola.
Non di rado si hanno in testi poetici riferimenti generici: Monte altier - Monte di Tifeo dalla leggenda che vuole giacente sotto questa mole il gigante che osò porsi contro Giove e per castigo vi rimase sepolto.

Per quanto concerne l'origine dell'Epomeo riportiamo un passo di Alfredo Rittmann sull'evoluzione geo-vulcanologica dell'isola (1969): «...Il tufo verde dell'Epomeo che costituisce la parte alta dell'Isola (e tutti i blocchi caduti verso Forio) si è rivelato di non essere una roccia formatasi sotto il mare, ma è un tufo (ignimbrite) che si è formato su terraferma e che copriva una vastissima area che va sin sotto il Vesuvio e, secondo certi accertamenti, sotto il mare e sotto i Campi Flegrei. Si tratta quindi di una formazione enormemente estesa e molto spessa, che si è formata nel modo seguente circa settantamila anni fa (o centomila, non possiamo essere sicuri, ciò indicatoci dalle radiazioni emesse da Potassio e Argon): in questa zona si aprì una fessura lunghissima che giungeva probabilmente fin verso l'attuale Vesuvio e oltre e ancora si prolungava ad ovest, la cosiddetta Faglia tirrenica, e forse si formarono anche altre faglie parallele. Da questa fessura vennero fuori nubi ardenti, cioè sospensioni di brandelli di lava, ceneri, pomici e gas caldi, i quali risultavano tanto carichi di detriti solidi da non riuscire ad innalzarsi: perciò defluivano, traboccavano, coprendo le zone di estesissime aree con strati che raggiungevano parecchie centinaia di metri (anche seicento metri), come nel caso dell'Epomeo....
...Era terraferma, coperta da una enorme massa di tufo verde. Ma la quantità enorme di materia che era stata lanciata fuori creava conseguentemente dei vuoti potenziali nell'interno, che tali non potevano rimanere: la crosta sovrastante cede e tutto finisce con l'andare sotto il mare. Così questi tufi subivano alterazioni, dilavati anche da correnti marine. Vi sono depositati dei fossili, argilla, creta; la marna ischitana si sarebbe formata in tale periodo.
Ma in questa grande faglia tirrenica sono poi risaliti di nuovo dei magmi relativamente leggeri, più leggeri delle rocce incassanti, e questi magmi, queste rocce fuse leggere hanno spinto su di nuovo questa zona e hanno creato l'isola d'Ischia».

Circa le varie denominazioni del monte d'Ischia, molti autori si sono sbizzarriti nella ricerca etimologica, per mettere a fuoco le loro origini e le cause che ne hanno più o meno determinato la loro fortuna nel corso degli anni. Ma più ancora tema dominante in vari scrittori e poeti dell'antichità e dei tempi più moderni, così come nelle descrizioni dei viaggiatori del cosiddetto Gran Tour, è la suggestione del luogo con la vastità dei panorami, con la visione sempre affascinante del sole che sorge o tramonta, con la pace e a volte la spiritualità dei luoghi. E più ancora trova in molti casi piacevole racconto la scalata, a piedi o a dorso di mulo, verso la vetta.