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Vittoria Colonna        

Poesia di H. W. Longfellow

Vittoria Colonna, alla morte di suo marito, il Marchese di Pescara, si ritirò nel suo castello ad Ischia (Inarime), e là scrisse l'ode sulla morte di lui che le procurò l’appellativo di“Divina”.

Ancora una volta, ancora una volta, Inarime,
    Vedo le tue purpuree colline! - ancora una volta
Sento i marosi della baia
    Lambire i ciottoli bianchi sulla tua riva.
Alto sui flutti del mare e le sabbie,
  Come un grande galeone naufragato e sospinto
A riva dalle tempeste, il Castello spicca,
  Sgretolante pietra miliare del Passato.
Sulla sua terrazza-passeggiata vedo
  Un fantasma andare avanti ed indietro;
È Colonna, è lei
  Che visse e amò tanto tempo fa.
La bella giovane moglie del Pescara,
  Il tipo della perfetta femminilità,
La cui vita fu l’amore, la vita della vita,
  Che ricusò i suoi tempi, i mutamenti e la morte.
Perché la morte, che rompe il vincolo matrimoniale
  In altri, strinse più forte
L’anello nuziale sulla sua mano
  E più forte chiuse e rinserrò il suo seno.
Lei conobbe il martirio di una vita,
  Lo sfinimento, l’infinita pena
Dell'attesa di rivedere chi
  Non sarebbe mai più ritornato.
Le ombre degli alberi di castagno,
  L'odore dei fiori di arancio,
Il canto degli uccelli, e, più di questi,
  Il silenzio di stanze abbandonate,
Il respiro del mare,
  Le dolci carezze dell'aria,
Tutte le cose della natura apparivano
  Solo ministri della sua disperazione;
Finché il cuore gravato e oppresso, a lungo
  Prigioniero di se stesso, trovò sfogo
E voce in un canto appassionato
  Di lamento inconsolabile.
Poi come il sole, pur nascosto alla vista,
  Trasmuta in oro la plumbea foschia,
La sua vita fu permeata di luce,
  Da reami che, sebben non visti, esistono,
Inarime!  Inarime!
  Il tuo Castello al di sopra dei dirupi
Crollerà e si ridurrà in polvere,
  Ma non la memoria del suo amore.

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