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Ischia quale appare nelle liriche di Vittoria Colonna        

di Nunzio Albanelli

L'isola d'Ischia non ha nelle liriche della poetessa quel rilievo che ci si aspetterebbe, soprattutto se si considera che il Castello costituì il suo domicilio privilegiato per oltre trent’anni, dal momento che la stessa qui si condusse per la prima volta nel 1501 (1) e se ne allontanò definitivamente non prima del 1533. Varie sono le ragioni di ciò, tuttavia fondamentale ci pare il fatto che la produzione poetica di Vittoria risale interamente al periodo della vedovanza, fatta eccezione per la famosa Epistola la quale assume pertanto un’importanza notevole, soprattutto per quell’episodio allegorico relativo ad Ischia. Qui, nel trascrivere le terzine inerenti a tale spisodio, ci limiteremo ad osservare che, se è vero che la poesia di Vittoria trae ispirazione solo da esperienze dolorose, ciò non è men vero per l’Epistola, che ci pare un felice preludio di tale poesia e presagio della sventura più grave

......
quando, ad un punto, il scoglio dove posa
il corpo mio, che già lo spirto è teco,
vidi coprir di nebbia tenebrosa,
e l’aria tutta mi pareva un speco
di caligine nera; il mal bubone
cantò in quel giorno tenebroso e cieco.
Il lago a cui Tifeo le membra oppone
bolliva tutto, oh spaventevol mostro!
il dì di Pasca in la gentil stagione;
era coi venti Eulo al lito nostro,
piangeano le sirene e li delfini,
i pesci ancor: il mar pareva inchiostro;
piangean intorno a quel i dei marini,
sentend'ad Ischia dir: «Oggi, Vittoria,
sei stata di disgrazia a li confini
..... (2)

È vero che Vittoria indirizza l’Epistola a Ferrante prigioniero dopo Ravenna (3), ma la circostanza non priva di significato l’ultimo verso, che sembra quasi profetico. Qui ci preme tuttavia sottolineare come lo scoglio, il lago, l’aria, gli stesi pesci, già in questa prima composizione, la sola a noi pervenuta del periodo in cui lo sposo era ancora vivo, assumono i colori deformati dell’anima di Vittoria. Un dato non meno allarmante è inoltre il fatto che sono trascorsi solo tre anni dalle nozze e già una nebbia tenebrosa sembra coprire il cielo di quell’amore. Eppure, anche se la morte del marito segna la fine della sua vita di donna, ma insieme l’inizio della sua poesia - monocorde per quanto si voglia, ma sincera, specchio autentico di quella che è stata effettivamente la sua vita dopo il 1525 -, Vittoria non è insensibile all’incanto di quel mare che lambisce dolcemente lo scoglio né alla bellezza del paesaggio che si stende ai piedi dello stesso né ai colori smaglianti della primavera isolana. Ciò è tanto più evidente proprio in quelle liriche in cui più dolorosamente è espresso lo strazio per la sua crudele sorte, fonte per lei di «amaro eterno lutto». Tuttavia al lettore superficiale è sembrato che ella non abbia occhi per vedere né orecchie per sentire la vita che ferve intorno a lei: ecco perché ci corre l’obbligo di difendere da tale accusa Vittoria, la quale non può chiudere gli occhi di fronte alla realtà e mira il bello, ma non ne prova più diletto; vede il chiaro sol, ma s’accorge che da Amore è reso scuro; osserva i prati in fiore, ma da tanto verde non sa trarre motivi di speranza; se scorge il mar tranquillo e le onde in cui si riflettono scaglie di sole, ha quasi l’impressione che si sia scatenata all’improvviso una gran procella, evidentemente perché questa infuria nel suo cuore straziato:

A che miseria Amor mio stato induce
che 'l proprio sol ancor tenebre rende!
Non prima il veggio scorger che raccende
il desio di veder mia vaga luce.
Quanto più gemme ed or fra noi riluce
l'inferma vista mia più se n'offende;
e se dolce armonia l'orecchia intende
pianto e sospir alfin nel cor produce.
S'io verde prato scorgo trema l'alma
priva di speme, e se fior vaghi miro
si rinverde il desir del mio bel frutto
che morte svelse, ed a lui grave salma
tolse in un breve e felice sospiro,
coprendo il mondo e me d'eterno lutto. (4)

Eppure altrove la stessa Vittoria non può tacere che

.....
Più chiaro giorno non aperse il sole,
s’udian per l’aere angelici concenti,
quanto volse Natura in l'opre ottenne.
Col sen carco di gigli e di viole
stava la terra, e ‘l mar tranquillo e i venti,
quando il bel lume mio nel mondo venne. (5)

il che dimostra che solo quando si abbandona alla poesia del ricordo, ad imitazione del Petrarca, riesce a conferire luminosità ai suoi versi e felicità alla natura circostante. A ragione perciò scrive l’Albano: «.. Bisognava pure che si rassegnasse a fare del ricordo un conforto per la travagliata esistenza» (6). Tuttavia nella gioia d’un passato non lontano prevale sempre la consapevolezza del doloroso presente attraverso cui è filtrato lo stesso paesaggio isolano, costantemente invocato come termine di confronto tra due periodi in netta antitesi quasi di gioia-dolore, luce-tenebra, vita-morte, e l’uso dell’imperfetto è di ciò la più chiara riprova:

Oh che tranquillo mar, che placide onde
solcavo un tempo in ben spalmata barca!
Di bei presidi e d'util merce carca,
l’aer sereno avea, l’aure seconde;
il ciel ch’or suoi benigni lumi asconde,
dava luce di nubi e d’ombre scarca;
non d' creder alcun che sicur varca
mentre al principio il fin non corrisponde.
L'aversa stella mia, l’empia fortuna
scoverser poi l’irate inique fronti
dal cui furor cruda procella insorge;
venti, piogge, saette il ciel aduna,
mostri d'intorno a divorarmi pronti,
ma l’alma ancor sua tramontana scorge. (7)

Dirette conferme ci sembrano da una parte il sonetto LXI, nel quale Vittoria ricorda il ritorno vittorioso di Ferrante a Ischia:

Qui fece il mio bel sole a noi ritorno,
di regie spoglie carco e ricche prede;
ahi con quanto dolor l’occhio rivede
quei lochi ove mi fea già chiaro il giorno!
Di mille gorie alor cinto d’intorno,
e d’onor vero, in la più alta sede
facean de l'opre udite intera fede
l’ardito volto e 'l parlar saggio e adorno.
Vinto dai prieghii miei poi ne mostrava
le belle cicatrici, e ‘l tempo e ‘l modo
de le vittorie sue tante e sì chiare;
quanta pena or mi dà gioia mi dava,
e 'n questo e 'n quel pensier piangendo godo
tra poche dolci e assai lagrime amare. (8)

e dall’altra il sonetto n. 3 in cui rievoca con rimpianto le feste fatte nella stessa Ischia per le vittorie del suo sposo:

Vid’io la cima, il grembo e l’ampie falde
del monte alter che ‘l gran Tifeo n'asconde
fiammeggiar liete, e le vezzose sponde
del lito bel di lumi ornate e calde
per le tue glorie, che fian chiare e salde
mentre stabil la terra e mobil l’onde
vedrem, senza timor d’esser seconde,
sì che tal piaga il mondo unqua risalde.
Ovunque io mi volgea trionfo novo
scorgea per l’opre degne, e udia d’intorno
de l’alto tuo valor lodi immortali;
né questo, Signor mio, fu solo un giorno,
ma gl'anni tuoi sì ben dispesi i' trovo,
che nel gran merto i dì fur tutti equali. (9)

Si noti l’aggettivazione nella prima quartina e apparirà chiaro come Vittoria talora riesca a restituire alla natura isolana la sua dimensione di fascino, condizionata tuttavia per sempre dal «partir dell’altra sua ver’alma». Se infatti Tifeo sopporta con gioia il peso del vulcano e non invidia affatto Atlante, non è già per la bellezza dell’isola, bensì per la gloriosa signoria di Ferrante da cui questa ha tratto imperitura gloria!

Se quel superbo dorso il monte sempre
sostien, perch'aspirar al Ciel li piacque,
da peso e foco oppresso, cinto d'acque,
arde, piange, sospira in varie tempre.
È degno che 'l passato duol contempre.
il presente gioir, ché Tifeo nacque
per alte imprese, e a forza in terra giacque;
non convien bel desir tempo distempre.
Or li dà il frutto la smarrita speme
dal qual può aver sì lunga e chiara istoria
che compensi il piacer l'avute pene;
non cede il carco che felice il preme,
se nei spirti divini è vera gloria,
a quel che 'l vecchio Atlante ancor sotiene. (10)

Irrita certo tale atteggiamento di Vittoria che, proiettando su tutto ciò che la circonda, la sua pena intima, sembra quasi snobbare il paesaggio isolano, ma non bisogna ritenere che ella non ne abbia consapevolezza e non cerchi di chiarire a se stessa le ragioni della sua pena

Mentre la nave mia, lungi dal porto,
priva del suo nocchier che vive in Cielo,
fugge l’onde turbate in questo scoglio,
per dare al lungo mal breve conforto
vorrei narrar con puro acceso zelo
parte de la cagion ond’io mi doglio,
e di quelle il martir che da l'orgoglio
di nimica Fortuna e d'Amor empio
ebber più chiaro nome e maggior danno
col mio più grave affanno
paragonar, acciò che 'l duro scempio
conosca il mondo non aver exempio. (11)

o i termini di un contrasto che s’acuisce sempre più tra la bellezza dell’isola e il duolo interno, il quale a tal vista viene addirittura raddoppiato:

Parmi che ‘l sol non porga il lume usato
nné che lo dia sì chiaro a sua sorella:
non veggio almo pianeta o vaga stella
rotar lieto i bei rai nel cerchio ornato.
Non veggio cor più di valor armato,
fuggito è 'l vero onor, la gloria bella
nascosta e le virtù giunte con ella,
né vive in arbor fronde o fiore in prato.
Veggio turbide l'acque e l’aer nero;
non scalda il foco, né rinfresca il vento;
tutti han smarrita la lor propria cura.
Da l'or che ‘l mio bel Sol fu in terra spento
o è confuso l’ordin di natura
o 'l duolo ai sensi miei nasconde il vero. (12)

Il Leopardi dirà poi: «non curo, io non so come», laddove Vittoria, forse ragionando un po’ troppo, vuol penetrare nel labirinto della sua anima, anche se deve pervenire alla meta di un’amara costatazione:

Dal vivo fonte del mio pianto eterno
con maggior vena largo rivo insorge
quando lieta stagion d’intorno scorge
l’alma, che dentro ha un lacrimoso verno;
quanto più luminoso il ciel discerno,
ricca la terra, e adorno il mondo porge
le sue vaghezze, il cor miser s’ accorge
che ‘l bel dì fuor raddoppia il duol interno. (13)

Non può essere altrimenti per chi, come lei, non fa che contemplare con la fissità dell’anima l’oggetto della propria sofferenza, cosicché si assiste ad un processo di interiorizzazione in virtù del quale la realtà esteriore è progressivamente svalutata a beneficio di un mondo interiore, dapprima rifatto a imitazione di essa, quindi sempre più illuminato dal suo «bel sole»:

Nel fido petto un’altra primavera,
d'altri bei fiori e d'altre frondi adorna,
produce quel mio Sol che sempre aggiorna
dentro il mio cor da la più alta spera.
Non cangia il tempo sua luce sincera,
né s’asconde la notte e 'l dì ritorna;
ma in quello e 'n questo albergo ognor soggiorna,
qui coi bei rai, là con la forma vera. (14)

È appunto questo l’iter per cui il sogno finisce con il prevalere sulla realtà e «il suo amore va, a poco apoco, da suo marito al Redentore» - come ha dimostrato efficacemente il Wyss (15) - aprendo così la strada alle rime sacre e morali della seconda parte del Canzoniere di Vittoria:

Quando già stanco il mio dolce pensiero
del suo felice corso giunge a riva
dimostra il sonno poi l’immagin viva
con altro inganno più simil al vero.
Quel fa ch'io segni bianco il giorno nero,
questo d’oscurità le notti priva,
e se già l’aprir gli occhi mi nudriva,
il chiuderli ora è cagion ch’io non pero. (16)

Si noti in merito con quale capacità introspettiva la poetessa colga i momenti della sua progressiva ascesa e con quanta efficacia li descriva:

Per cagion d’un profondo alto pensiero
scorgo il mio vago obietto ognor presente;
sculto il porto nel cor, vivo in la mente
tal che l'occhio il vedea quasi men vero.
Lo spirto acceso poi veloce altero
con la scorta gentil del raggio ardente
sciolto dal mondo al Ciel vola sovente,
d’ogni cura mortal scarco e leggiero:
Quel colpo che troncò lo stame degno
ch'attorcea insieme l'una e l'altra vita
in lui l'oprar e in me gli effetti estinse;
fu al desir primo e fia l'ultimo segno
la bella luce al sommo Ciel gradita
che sovra i sensi mia ragion sospinse. (17)

Non desta sorpresa pertanto se Vittoria lentamente finisce con il trovare addirittura orrido il luogo in cui pure ha vissuto giorni felici, ma per troppo breve tempo, presentando riduttivamente l’isola con l’immagine stereotipata dello scoglio, assegnandole una posizione sempre più marginale nella sua poesia:

Ristretta in loco oscuro, orrido e solo,
ascosa, e cinta dal proprio martire,
legati i sensi tutti al bel pensiero,
con veloce expedito altero volo
unir la mente al mio sommo desire
oggi è quanto di ben nel mondo spero. (18)

e chiarendo sempre meglio come alla morte del suo «gran sole» s’accompagni la sua stessa morte, avendo rinunziato ormai ad ogni «mondan diletto», da quando fuggì il piacere e la speranza:

Vivo su questo scoglio orrido e solo,
quasi dolente augel che ‘l verde ramo
e l’acqua pura abborre, e a quelli ch’amo
nel mondo ed a me stessa ancor m’involo
perché expedito al Sol ch'adoro e colo
vada il pensiero... (19)

Aveva concepito la speranza d’un mutamento, invece arde sempre e, benché siano trascorsi sette anni, non s’odono men lungi i suoi sospiri, tuttavia non abbandonerà l’orrido scoglio cui è legata da tanti cari ricordi:

Sperai che ‘l tempo i caldi alti desiri
temprasse alquanto, o dal mortale affanno
fosse il cor vinto sì che ‘l settimo anno
non s’udisser sì lungi i miei sospiri;
ma perchè il mal s’avanzi o perché giri
senza intervallo il sole, ancor non fanno
più vile il core o men gravoso il danno,
che ‘l mio duol sprezza il tempo ed io i martiri.
D’arder sempre piangendo non mi doglio;
forse avrò di fedele il titol vero,
caro a me sovr'ogn’altro eterno onore.
Non cangerò la fe', né questo scoglio
ch’al mio Sol piacque, ove fornire spero
come le dolci già quest’amare ore. (20)

Se poi non mantiene il proposito, ciò si spiega con il fatto che è sopravvenuta in lei un’intima necessità, in seguito alla consapevolezza che la salvezza e la liberazione potranno derivarle non già dalla fedeltà o dalla ragione, bensì dalla grazia: è così aperta una nuova strada il cuo sbocco è la sua azione riformatrice:

Donna accesa animosa, e dall’errante
vulgo lontana, in soletario albergo
parmi lieta veder, lasciando a tergo
quanto non piace al vero eterno Amante,
e, fermato il desio, fermar le piante
sovra un gran monte; ond’io mi specchio e tergo
nel bello exempio, e l’alma drizzo ed ergo
dietro l’orme beate e l’opre sante.
L’alta spelonca sua questo alto scoglio
mi rassembra, e ‘l gran sole il suo gran foco
ch’ogni animo gentil anco riscalda;
in tal pensier da vil nodo mi scioglio,
pregando lei con voce ardita e balda
m’impetri dal Signor appo sé loco. (21)

Non sorprenda perciò se a Vittoria, solo intenta a seguir il «sentier dritto» che dal ciel le insegna il suo «gran sole», «empie sirene» appaiono tutte le lusinghe che vorrebbero distoglierla dal suo «'nsano desir»:

Così il bel lume de’ suoi santi ardori
guidi mia nave in queste turbide onde,
tra scogli e tra sirene empie nimiche. (22)

cosicché, se il cielo e il mare d’Ischia sono presenti in queste liriche, si tratta solo di un «aer pregno» e di un «mar turbato» che mette a dura prova il «fragil legno» della sua vita:

Provo tra duri scogli e fiero vento
l’onde di questa vita in fragil legno,
l'alto presidio e 'l mio fido sostegno
tolse l'acerba morte in unn momento.
Veggio il mio male e 'l mio rimedio spento,
il mar turbato e l'aer d'ira pregno,
d'atra tempesta un infallibil segno,
e 'l valor proprio al mio soccorso lento.
Non ch'io sommerga in le commosse arene
temo, né rompa in perigliose sponde,,
ma duolmi il navigar priva di spene.
Almen se morte il ver porto m'asconde,
mostrimi il falso suo, ché chiare e amene
ne parran le sue irate e turbide onde. (23)

Se ne adonta indubbiamente l’Ischitano, indispettito quasi da quel soave foco e caro nodo ed insieme da quella ininterrotta tensione la quale fa sì che l’ardente spirito di Vittoria, aprendo l’ali, voli al ciel sovente e trovi in se stesso il suo nutrimento

S'a la mia bella fiamma ardente speme
fu sempre dolce nudrimento ed esca, (24)

cosicché può affermare con ostinazione

onde tannto obligò lo spirto interno
ch'al cangiar vita fermerò la voglia.
soave in terra, in Ciel felice nodo. (25)

dal momento che

Atra notte di fuor, dentro bel giorno
scorgo, onde l’alma desiosa e lieta
sempre si volge al suo celeste segno;
così, senza girar gli occhi d’intorno,
quanto posso leggiera a l’alta meta
che mi scopre il mio Sol correr m’ingegno. (26)

Egli si domanda con malcelata stizza come possa Vittoria vivere sul glorioso Castello «senza girar gli occhi d’intorno», senza riempir questi d’azzurro o i polmoni di quell’aria balsamica, già allora famosa, o gli orecchi del dolce canto di tante sirene o il cuore di nuovi palpiti, come possa rifuggire persino dal desiderio di uscire da quel ´carcereª per perdersi tra i sentieri sulle tracce dei ricordi, per riprendere a vivere, per ritrovare il calore degli isolani che sempre hanno fatto a lei e al suo sposo degna e festosa corona, per riscoprire la consonanza d’un tempo tra il bel giorno di fuor e il suo bel sole interno. Eppure basta leggere il sonetto XIII per compenetrarsi ulteriomente dello stato d’animo di Vittoria, ma soprattutto per convincersi che si tratta di una vera e propria dichiarazione d’amore all’isola il cui fascino riesce non solo a diradare la «nebbia» dal cuore di lei, ma anche a propiziarle la possibilità di ´giunger la mente al «suo sommo desire», unico bene che le rimane:

Quand’io dal caro scoglio guardo intorno
la terra e ‘l mar, ne la vermiglia aurora,
quante nebbie nel ciel son nate alora
scaccia la vaga vista, il chiaro giorno.
S’erge il pensier col sol, ond’io ritorno
al mio, che ‘l Ciel di maggior luce onora;
e da questo alto par che ad or ad ora
richiami l’alma al suo dolce soggiorno.
Per l’exempio d’Elia non con l’ardente
celeste carro ma col proprio aurato
venir se ‘l finge l’amorosa mente
a cambiarmi 'l mio mal doglioso stato
con l’altro eterno; e in quel momento sente
lo spirto un raggio de l’ardor beato. (27)

e per scusarla il sonetto in cui Vittoria non tace le giuste ragioni per cui scrive facendo apertamente ammenda di quell’´interna penaª che sembra fuor di «ragion» e può procacciarle solo «di duol... il vanto»

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia,
ch'al cor mandar le luci al mondo sole,
e non per giunger lume al mio bel Sole,
al chiaro spirto e a l'onorata spoglia.
Giusta cagione a lamentar m’invoglia;
ch’io scemi la sua gloria assai mi dole;
per altra tromba e più saggie parole
convien ch'a morte il gran nome si toglia.
La pura fe', l’ardor, l’intensa pena
mi scusi appo ciascun; ché 'l grave pianto
è tal che tempo né ragion l’affrena.
Amaro lagrimar, non dolce canto,
foschi sospiri e non voce serena,
di stil no ma di duol mi danno vanto. (28)

A Vittoria in realtà basta un semplice avverbio, qui, che figura ben sei volte nei primi ventisei sonetti della raccolta, per richiamare alla mente tutta una parentesi irripetibile in cui Ischia ha un suo ruolo indubbio: è lo scenario incantato di un sogno triste, sì, ma meraviglioso!

NOTE

1) O. Buonocore - Le Antiche Terme, Rispoli Editore, Napoli, p. 77.
2) A. Bullock (a cura di) - Rime di Vittoria Colonna, Rime amorose disperse, I vv. 58/72, Laterza, Bari, 1982.
3) O. Buonocore - La Storia d’uno Scoglio (Il castello d’Ischia), Rispoli ed. in Napoli, 1949, p. 68.
4) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 11.
5) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 16.
6) V. Albano - Le Rime di Vittoria Colonna, Velardi ed.,Napoli 1918, p. 16.
7) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 9.
8) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 61.
9) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose disperse n. 3.
10) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 4.
11) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 89.
12) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 32.
13) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 13.
14) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 14.
15) J. Wiss - Vittoria Colonna und ihr Kanzoniere, Fraumfeld 1916.
16) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 20.
17) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 2.
18) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 13.
19) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose disperse n. 15.
20) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose dosperse n. 29.
21) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime Spirituali n. 121.
22) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 28.
23) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 53.
24) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 23.
25) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 10.
26) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 80.
27) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime disperse n. 13.
28) A. Bullock - Rime di Vittoria Colonna, cit. Rime amorose n. 1.

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