La Rassegna d'Ischia 2007 n. 6
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Dal Bosco della Maddalena a Fiaiano

In gita con il geologo e... Henry Miller


di Anna Pilato

    “Le GEO-Escursioni hanno lo scopo di far conoscere al turista i paesaggi e la natura incontaminata dell’Isola d’Ischia. Questo l’inizio del depliant del geologo Aniello Di Iorio. Possibile, mi sono chiesta, si  possa parlare  ancora  di  luoghi incontaminati e per giunta essere guidati de un geologo in carne ed ossa? ed ischitano?  laureato in geologia in Germania? Lo è. Tra le varie e stimolanti proposte ho scelto quella “Alla scoperta del vulcano del Rotaro”. Ed è stata una scelta felice, e per questo ne voglio parlare su queste  pagine. Volevo uscire dal traffico, dall’inquinamento acustico, dall’abusivismo in tutti i settori, dall’incuria, dallo sporco, e riappropriarmi della mia terra, in qualche modo e in qualche luogo.
    Molti anni fa, prima che mi trasferissi a Milano, ero già stata al Cretaio e ne avevo riportato un’emozione intensa e profonda, conservata dentro di me per proteggerla dalle offese che man mano nel tempo si erano succedute al Cratere,  dalla destinazione a discarica di immondizia, alla progettazione di un campo sportivo, e ancora ad uso di campo di tiro  al piattello.
    Così, rieccomi ad Ischia, scarpe comode, tenuta leggera, fine agosto 2007, all’appuntamento con l’ “incontaminato”. La passeggiata inizia dal Bosco della Maddalena e si conclude a Fiaiano. Se prendo un dizionario, alla parola incontaminato leggo “intatto, puro”. Da un certo punto infatti del nostro percorso, quando cioè finisce  la strada asfaltata e non ci sono più case e cose, si cammina in salita, lungo un sentiero coperto di aghi di pino e gli unici elementi che ci accompagnano sono la pietra vulcanica, i pini alti e sottili come sculture di Giacometti, ciuffi di mortella, un po’ di fiatone e la voce del geologo tra spiragli di cielo azzurro terso e costa all’orizzonte.
    C’è con noi anche una giovane  famiglia tedesca che sembra uscita dalle  pagine di Scott Fitzgerald. Attenta alle parole del geologo che illustra nella loro lingua l’evoluzione e la nascita vulcanica dell’Isola d’Ischia.
    Quello che maggiormente mi colpisce, al di là del magnifico panorama e dei vulcani che si succedono come trulli giganteschi,   è  lo  splendore della pineta, la pace, il  silenzio magico. All’improvviso  termina la pineta o bosco di pini e ci si inoltra tra i lecci, e mutano i colori del sentiero: le piccole foglie nei vari toni del verde  segnano un percorso ovattato e sempre di più si avverte addosso la sensazione di essere come degli esseri privilegiati e di essere entrati nell’Eden. Vengono in mente antiche pagine di mitologia, l’Arcadia dove le  foreste erano consacrate ad Era, i lecci e gli olivi crescevano dalle  stesse radici e Ovidio che narra delle api che posavano sul leccio il loro miele...
    La salita è finita ed il geologo mi rassicura che c’è piano e poi si scende... Eccoci al Rotaro, sull’orlo del cratere del vulcano, un Vesuvio in miniatura, come recita il depliant. Cerco con gli occhi le tracce del sacrilego uso a grande pattumiera del recente passato e per la prima volta ho potuto constatare che, anche se con un inevitabile mutamento della naturale forma ad anfiteatro del cratere nella parte più profonda c’è stato un versamento di terreno con la ripiantumazione di lecci in assetto armonico che si è quasi completamente uniformato alla piantagione preesistente. Ritrovo l’antica emozione, l’anfiteatro naturale è tutto per noi, sentieri  terrazzati  e  frenati dai  lecci piantati  a raggiera portano  fino al fondo, in una spirale  che, da scosse e sussulti, è ora silenzio e bellezza. Il geologo spiega; pomici,   ossidiana, tappi e duomi vulcanici, fumarole, fredde mofete testimoniano il tumultuoso passato geologico.
    Il cratere forma un anfiteatro, dicevo. Quando, anni addietro sono andata per la prima volta  in Grecia, nel Peloponneso, attratta dal mito come dal canto delle Sirene, ho visitato Corinto, Olimpia, Argo, Micene, Epidauro. Qui, ad Epidauro,   quando entrai nel famoso teatro, ebbi la sensazione precisa di esserci già stata.  Il Cretaio  con il suo cratere, aperto ad anfiteatro, bellissimo e perfetto, dal silenzio assoluto, percepibile, tangibile, benefico, da conoscere, godere, rispettare, amare. E cosi mi sono venute in mente le pagine di Henry Miller, del suo  romanzo Il colosso di Marussi, scritto  nel 1941, sulla sua visita ad Epidauro. L’anemos che lui ha sentito nel teatro di Epidauro, sono certa l’avrebbe sentito anche nell’anfiteatro naturale del Cretaio, ma sono altrettanto sicura che, se solo avesse previsto la nostra incuria, avrebbe invocato la vendetta degli dei.  

    Rileggiamole  queste  bellissime pagine di Miller, riflettendo che la Bellezza, che i luoghi “incontaminati” dell’Isola d’Ischia non sono un diritto ma un privilegio che solo per caso abbiamo ricevuto e che ancora oggi non sappiamo né riconoscerli, né proteggerli.

(...) Ci svegliammo presto e noleggiammo un’auto per andare a Epidauro. La giornata cominciò in una pace sublime. Era la mia prima vera occhiata al Peloponneso. E non fu un’occhiata, ma la visione di un tacito mondo placato quale l’uomo erediterà un giorno, quando cesserà di dedicarsi al furto e all’assassinio.
(...) La strada per Epidauro è come la strada per la creazione. Si smette di cercare. Si tace, zittiti dal silenzio di misteriosi inizi. Se si riuscisse a parlare sarebbe in melodia. Qui non c’è niente da prendere, da tesaurizzare, da accaparrare: c’è solo un crollare dei muri che rinserrano lo spirito. Il paesaggio non svanisce, si insedia nei luoghi aperti del cuore; fa ressa, si accumula, spossessa. Non attraversi qualcosa - chiamatela Natura, se volete - ma partecipi a una disfatta, a una disfatta delle forze di avidità, cattiveria, invidia, egoismo, rancore, intolleranza, orgoglio, arroganza, astuzia, doppiezza e via dicendo.
    È il mattino del primo giorno della gran pace, la pace del cuore, che viene con la resa. Non sapevo cosa significasse pace finché non arrivai a Epidauro. Come tutti avevo sempre usato questa parola senza capire che usavo un simulacro. La pace non è il contrario della guerra, così come la morte non è il contrario della vita. La povertà del linguaggio, vale a dire la povertà dell’immaginazione dell’uomo o la povertà della sua vita interiore, ha creato un’ambivalenza assolutamente falsa. Parlo beninteso della pace che trascende l’intelletto. Non ve n’è d’altro genere. La pace che i più di noi conoscono è soltanto una cessazione di ostilità, una tregua, un interregno, una bonaccia, un rinato, ed è qualcosa di negativo. La pace del cuore è positiva e invincibile, non impone condizioni, non esige protezione. È e basta. Se è una vittoria è una vittoria di tipo particolare perché si basa interamente sulla resa, una resa volontaria, naturalmente.
    (...) C’è gente che vuole combattere per realizzare la pace - sono le anime più illuse. Non ci sarà pace finché la voglia di uccidere non sia eliminata dal cuore e dalla mente. L’omicidio è il vertice dell’ampia piramide alla cui base c’è l’io. Ciò che si erge dovrà cadere. Tutto ciò per cui l’uomo ha combattuto dovrà essere abbandonato prima che egli cominci a vivere da uomo. Finora egli è stato una bestia malata e anche la sua divinità puzza. È padrone di molti mondi e schiavo nel suo. Quello che regge il mondo è il cuore, non il cervello. In ogni sfera le nostre conquiste recano solo morte. Abbiamo voltato la schiena all’unica sfera dove sta la libertà. A Epidauro, nella quiete, nella grande pace che scese su di me, udii battere il cuore del mondo. So qual è il rimedio: è rinunciare, abbandonare, arrendersi, così che i nostri cuori possano battere all’unisono col grande cuore del mondo.
    (...) Entrando nella conca silenziosa, ora bagnata da una luce marmorea, venni al punto, esattamente nel centro, dove il più tenue bisbiglio s’innalza come un uccello lieto e svanisce oltre la spalla della bassa collina, al pari della luce d’un giorno chiaro che si dilegua davanti al nero vellutato della notte. Balboa, sulle cime del Darién, non può aver conosciuto meraviglia maggiore della mia in quel momento. Non c’era più niente da conquistare: davanti a me si stendeva un oceano di pace. Essere liberi, come io seppi di essere in quel momento, significa capire che ogni conquista è vana, anche la conquista di sé, atto supremo di egotismo. Essere gioiosi significa portare l’io alla sua vetta suprema e abbandonarlo trionfalmente. Conoscere la pace è totale: è il momento dopo, quando la resa è completa, quando non c’è più nemmeno coscienza della resa. La pace è al centro e quando viene raggiunta la voce sgorga in lode e benedizione. Allora la voce arriva lontano, ovunque, fino ai limiti estremi dell’universo. Allora essa guarisce, perché reca luce e il calore della compassione.
    (...) In Grecia ti convinci che il genio, non la mediocrità, è la norma. Nessun paese ha prodotto, in proporzione al numero, tanti genii quanti la Grecia. In un secolo soltanto questa nazione minuscola ha dato al mondo quasi cinquecento uomini di genio. La sua arte, che risale a cinquanta secoli fa, è eterna e incomparabile. Il paesaggio rimane uno dei più appaganti, dei più mirabili che la nostra terra ha da offrire. Gli abitanti di questo piccolo mondo vivevano in armonia con il loro ambiente naturale, popolandolo di dèi che erano reali e con cui essi vivevano in intima comunione. Il cosmo greco è l’esempio più eloquente dell’unità di pensiero e azione. Sussiste ancor oggi, sebbene i suoi elementi si siano da tempo dispersi. L’immagine della Grecia, per quanto sbiadita, perdura come archetipo del miracolo compiuto dallo spirito umano. Un popo­lo intero, come attestano le vestigia delle sue opere, si innalzò a un punto mai prima né dopo raggiunto. Fu un miracolo. Lo è ancora. Compito del genio, e l’uomo è nulla se non genio, è tener vivo il miracolo, vivere sempre nel miracolo, rendere il miracolo sempre più miracoloso, non giurare fedeltà a niente, ma vivere soltanto miracolosamente, pensare soltanto miracolosamente, morire miracolosamente. Poco importa quanto viene distrutto, purché si preservi e alimenti il germe del miracoloso. A Epidauro hai di fronte e ti permea il residuo intangibile dell’impeto miracoloso dello spirito umano. Ti inonda come lo spruzzo di un’onda possente che alfine si è infranta sul lido lontano. Oggi la nostra attenzione si accentra sull’inesauribilità fisica dell’universo; dobbiamo concentrare tutto il nostro pensiero su questa salda realtà perché mai l’uomo è venuto saccheggiando e devastando in misura pari all’odierna. Siamo perciò inclini a dimenticare che anche nel regno dello spirito c’è una inesauribilità, che in quel regno nessun acquisto va mai perduto. A Epidauro sai che questo è un fatto. Il mondo può torcersi e scoppiare di maligno livore ma qui, non importa a qual furore d’uragano si esaltino le nostre cattive passioni, esiste un’area di pace e di calma, il puro, distillato retaggio di un passato non del tutto perduto.

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