La Rassegna d'Ischia 2007 n. 5
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Vendemmia  a Ischia

di Amedeo Maiuri
in Lettera da Ischia n. 9/1967


Per meglio riaffermarmi all'anima dell'isola, abbandono le strade e i luoghi balneari e termali, e vado a vedere l'ultima vendemmia lungo i sentieri che discendono dai castagneti di Barano, di Serrara e di Buonopane, alle sabbie bollenti della marina di Maronti, all'incanto gemmato del promontorio di S. Angelo. Sono in buona compagnia: il padre zoologo illustre, il figlio paleontologo e tutti e due conoscitori come pochi delle vicende geologiche dell'isola; simbiosi familiare scientifica perfetta; il che non impedisce alla nostra piccola brigata di aver occhi e senso per la bellezza della giornata vendemmiale.
Seguiamo uno dei sentieri più inconsueti, più dirupati che precipita a mare sulla cresta di un costone fra burroni profondi. Tutto il fianco dell'isola è ricoperto da un gran banco alluvionale di materiale vulcanico disceso dall'Epomeo e sedimentato sulle antiche lave e sui tufi originari: materiale rassodato in altri banchi di conglomerato tufoide, ma corrugato e tormentato da lento o violento lavorio delle acque. È il regno sovrano delle erosioni, dei cedimenti, delle frane. Un costone eroso dalle acque ci appare di un biancore accecante di nevaio, trasformato in una selva di picchi di ghiacciaio; ma sono guglie effimere; fan l'effetto di un giuoco di birilli vetrosi che a passarci in mezzo debbano infrangersi. La punta della guglia è protetta da un ciottolo fluitato, da una bomba trachitica, da un arboscello rinsecchito; se cade quello schermo, anche la guglia franerà, si squaglierà al suolo come un nevaio che si liquefaccia. Su una di quelle guglie un giovane alunno della mia dotta guida che aveva pratica di alpinismo, riuscì a raccogliere il fondo dì un dolio romano: segno che un tempo quel dolio, o che fosse in quel luogo o che vi fosse scivolato dall'alto, aveva trovato il terreno pianeggiante tanto da potervi sostare: testimone quel coccio del profondo sconvolgimento avvenuto dall'età romana ad oggi. In un terreno siffatto i sentieri diventano canaloni, rughe chiuse fra ripe e muraglie; a volte il cammino è fessura e frattura scavata dal piccone fra due pareti altissime sul filo tagliente di una cresta, ed è naturale che per vincere un appiombo s'incavi una scalinata da cordata, o che per mettere in comunicazione due valloni profondi, l'ingegnosità dei villici abbia risolto un arduo problema di collegamento con l'apertura laterale d'un cunicolo, con la perforazione d'un costone, con il taglio d'un fornice.
Su questo terreno sconvolto, franoso, bibulo come una pomice, asciutto come un'esca, rosolato dal sole e dal vento marino, fatto tepente dai bollori sotterranei, dal calore segreto che vi corre dentro come il sangue nelle arterie, alligna sovrana la vite: tutto il gran declivio del monte non è che un immenso vigneto. Vigne dovunque: basse, a filari, appoggiate ad umili canne o a pertiche, che non v'è luogo qui per lussuosi maritaggi con l'olmo ed i pioppi della pingue pianura, né sulle anguste terrazze o sulle groppe scoscese dei costoni; né sul pendio precipite tagliato ad alti gradoni tanto da dar piede ad un solo filare alla volta; né sulle frane sprofondate appena vi si sia aperta un po' di radura; né tra le fosse d'un burrone o in cima a un greppo da capre  a far amorosa contesa con il verde e l'oro delle ginestre. E vi si arriva, come Dio vuole, per qualcuno di quei sentieruoli appesi, appoggiati alla parete del monte come lo scalillo dei vendemmiatori, o attraverso un camminamento in trincea, o per via di qualcuno di quei cunicoli che risolvono allegramente un problema di viabilità con un foro e un pertugio nella roccia tenera del monte. Un paesaggio che dovrebbe apparirvi nell'orrore degli scoscendimenti e delle frane squallido in quel candore accecante di terra combusta, e che vi appare invece tutto raddolcito da quel manto frondoso di viti.
È l'ultima vendemmia, e incontriamo frotte di giovanetti e di ragazze che risalgono il sentiero con il carico delle uve già infrante dalla prima rinsaccata; i ragazzi con la tina sulla spalla retta dall'appoggio del braccio e dalla presa della mano passata ad arco sul capo; le donne con la tina equilibrata sul cercine dei capelli, mute e gravi, con gli occhi socchiusi come per reggere meglio allo sforzo; qualche bestia someggiata arranca verso il paese con le tine conformate a guisa del basto da soma e che qui chiamano con un vocabolo poco allegro: tavùto, ch'è la cassa da  morto.
Le viti sono già spoglie e l'afrore del mosto esala dal chiuso dei cellai. Entriamo a caso in una vigna deserta quasi nascosta tra le rughe d'un costone e davanti alla porta del cellaio franato, tra macerie di pietre e impannate divelte, pende da una pergola poggiata contro la parete di tufo, un prodigio di grappoli dorati, intramezzati da un ramo di cotogne verdastre di un'acerbità così aspra da sembrar dispettosa, quasi di zitelle inacidite in mezzo a quel colore succulento e a quel­l'umore stillante di uve già sfatte e tormentate dal ronzio goloso delle vespe.
E l'uomo qui conserva una sua pura e semplice primitività di vita: né case, né ville, né fattorie interrompono quella purezza di contorni; case e cellai sono le grotte scavate nel grembo del monte. E tutto il monte appare perforato da tane e caverne come una necropoli sicula dell'età del bronzo. È uno degli aspetti più tipici della vita rurale ischitana, ereditata chissà da quale remota antichità, ed è forse la ragione per cui manca ad Ischia una tradizione dell'architettura paesana altret­tanto nobile quanto a Capri; alla vita dei campi basta la grotta ch'è cellaio,  palmento,  cisterna  e  capanna  di custodia.
Si aprono come celle eremitiche, come oratori paleocristiani, come grotte e santuari del primo evo bizantino nella parete tufacea del monte; la porta incavata generalmente entro un più grande arcone, ha a fianco la nicchietta per la posa del lume; chiusa da cancelli palificati con la stessa arte rude del chiuso delle mandre e rinforzata da piuoli e da stecche e decorata di ragnateli fuligginosi che, se non completano l'apparato di difesa, aggiungono un'aria di solenne vetustà; a fianco, sugli stipiti, due grandi crocioni tinti a calce; valgono a tener lontano i ratti di campagna che in quel biancore vedono chissà quale pericolo e quale minaccia. L'interno tutto a volta e ad arcosoli da ipogeo cimiteriale, spesso quasi basilicale, ha da un lato il palmento e la vasca per la premitura delle uve e la raccolta del mosto, e in locale più ampio il cellaio per le botti; il letto su di un graticciato di pertiche di castagno in un rincasso della parete; la cisterna ben occultata; le provviste di bocca messe al sicuro in una corba sospesa ad una trave; la luce filtra a fatica attraverso le serrande e i ragnateli della porta e, dov'è possibile, da qualche segreto forame aperto nelle pareti del monte. Il vino imbottato, dopo essersi crogiolato al sole, fermenta e matura, ha la sua seconda vita nel grembo della terra; quando lo spillano ed esce da quel tene­brone, ha ancora tanto sole e calore, da risplendere ambrato.
Di tutte le terme dell'isola fumiganti di acque in bollore, di fanghi viscidi, di meati vaporiferi fra lustrore di marmi, riverbero di lucernari, andirivieni di serventi in camici bianchi e mollizie di divani e di cuscini, ho voluto visitare la più semplice e la più vetusta, la terma petrosa di Cavascura. È ' scavata nella frattura profonda d'un vallone e vi si penetra dalle sabbie della spiaggia di Maronti, seguendo il corso di un rivoletto che sfocia nel mare. Una frana dello scorso inverno, facendo la diga, ha trasformato il ruscello in laghetto: un laghetto dalle acque nere cupe entro cui si riflettono fra esalazioni di vapore le altissime pareti bianchicce delle ripe calcinose: un piccolo Flegetonte. Il vallone si chiude e si rinserra in un corridoio di poca ampiezza ai cui lati si aprono delle cellette scavate nel tufo come i sepolcri di una necropoli rupestre o i covili di un eremitaggio desertico. È invece una sala termale a cielo aperto: in luogo di stucchi, colonne e lucernari abbaglianti, due alte ripe di tufo con qualche virgulto stento di ginestra, un pavimento viscido di muschio e l'azzurro libero del cielo. Al fondo, invece di un artificioso ninfèo con la cascatella, il mascherone, gli steli di pa­piro e le foglie di ninfèe, una parete di tufo stillante d'acqua, coperta di muschio  smeraldino  venato  di macchie  rugginose.
Ogni celletta è uno stanzino da bagno: un rettangolo di due metri per poco più di un metro racchiude quanto è necessario: un podio per sedere ricavato dal tufo, una vasca scavata anch'essa nel sasso. I vani dell'entrata sono privi di porta: alla pudicizia del bagnante o della bagnante è sufficiente un panno scuro sospeso ad una funicina; la discrezione altrui rimedia ai buchi e agli strappi di quel drappo. L'acqua naturalmente calda, carica di tutte le virtù terapeutiche che ignoti cerretani e grandi chimici d'oggi le riconoscono, scorre per entro il solco d'una cunetta innanzi a quegli stanzini e, a guisa del canale d'irrigazione di un orto di cavoli e d'insalate, se ne regola l'afflusso nelle vasche con un cencio che fa da tappo di chiusura. II calore si misura senza complicazioni ai fragili termometri galleggianti, con il tocco sapiente della mano della bagnina. Una polla d'acqua più calda, già fumigante per un principio di bollore, basta alla disinfezione delle vasche. Bagno di poveri, ma che nulla ha da invidiare all'igiene dei ricchi.
Sui tre gradini dell'ingresso sedeva una vecchia rugosa, vestita pulitamente di nero, custode, bagnina e amministratrice ad un tempo della terma di Cavascura: silenziosa e immota ella era come una maliarda che attendesse il viandante in cerca d'una manipolatrice di erbe o di un'indovina sagace. Pareva decrepita a giudicare dalla bocca sdentata: eppure, drizzatasi alta e ossuta, mi si rivelò di così pronta energia di gesti e di volontà negli occhi grifagni, nelle braccia ossute, nelle mani adunche da dar piena fidanza di esatto adempimento della sua missione. Mi spiegò benigna il funzionamento del rivolo distributore, del tappo di fortuna, e mostrandomi l'acqua del bollore mi disse spropositando, con gravità terapeutica, che quella serviva per  «infettare»  le  vasche.
L'ora era tarda, e la terma deserta: solo un mantello bigio maculato di toppe degno di ricoprire le spalle d'un mendico omerico, era disteso su una delle porte e dall'interno veniva un allegro sciacquio d'acqua e risate e squittii: davanti a quella porta s'era seduta a guardia la vecchia bagnina, nera nell'ombra come  un fantasma.
Aspettammo incuriositi: che uscisse da quel lavacro rupestre una Diana ischitana? Uscirono invece poco dopo da quel forno uno scugnizzo in brachette e due bimbe in camiciola, guidato il branco da una sorellina adolescente, che non so come c'entrassero tutti assieme in quel buco a far la covata. Erano lindi e lustri, fragranti di pulizia nei volti e nelle gambe sode e rosee; sedettero anche essi, un po' intimiditi, ac­canto all'ava silenziosa, con un riso muto negli occhi lucenti. Ma quando ripassai la sponda del laghetto fumigante, sentii che ridevano e squittivano ancora accanto a quella fantasima nera.

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