La Rassegna d'Ischia 2007 n. 4
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Storia, fascino, tradizione e la festa delle barche di Sant’Anna

di Andrea Di Massa

(Da Andrea Di Massa, La Festa delle Barche di Sant’Anna, rappresentazioni sull’acqua nella baia di Ischia Ponte, Imagaenaria, Ischia, luglio 2004).

L'appuntamento festivo del 26 luglio ha subito diverse denominazioni e definizioni: Sagra marinara, Festa di Sant'Anna, Festa delle barche addobbate, Sagra del mare, Festa a mare agli scogli di Sant'Anna, Sfilata di barche allegoriche, Sagra agli scogli di Sant'Anna e recentemente addirittura Carnevale acquatico di mezza estate, Defilé sulle onde, Festa modellata sul Carnevale di Viareggio, Sfilata delle barche addobbate, in maschera.
La definizione Festa a mare discende da precedenti riti propiziatori che si davano come scadenze di cicli naturali. A questa tradizione fortemente radicata si sovrappose la ricorrenza cattolica di Sant'Anna, protettrice delle partorienti. «In origine la Festa consisteva nel dare fuoco a numerosi falò che venivano accesi all'imbrunire. La legna veniva accumulata durante tutto l'anno e il segnale di accensione partiva dall'Epomeo, a seguire si accendeva sul Soronzano, sul Cilento, a Campagnano e dintorni e infine al Cimitero vecchio. Oltre ai fuochi vi erano poi gare di nuoto in cui eccellevano Ndindalì, Giuann' 'e zechell' e gare di canottaggio». In questo contesto il fuoco dei falò si manifestava come momento centrale di una festa di rinnovamento e di purificazione che si mantenne fino allo scoppio della Grande Guerra.
Prima ancora della fatidica data del 1932, anno in cui convenzionalmente si fa risalire l'inizio ufficiale della Festa di Sant'Anna, si celebrava, in forme arcaiche, un rito che aveva come momento fondante lo svago e la pausa ristoratrice: le famiglie dei pescatori conservavano piccole porzioni di cibo per consumarle, a mare sulle barche, la sera del 26 luglio. Subito dopo i pescatori sbarcavano le famiglie e andavano a pesca di fragaglie. «A rendere indimenticabile un 26 luglio di tanti e tanti anni fa, ci pensò il marito di mia sorella Memena, Luigino, pescatore. Poco prima del calar del sole cominciò a preparare la sua barca come per uno strano rito che non avevo mai visto. Di lì a poco ci trovammo tutti riuniti sul ponte: io, che avevo circa sei anni, mia madre, mia sorella ed altri parenti. Salimmo sulla barca, che Luigino conduceva sicuro. Mi accorsi che non eravamo soli. In tanti, famiglie intere, si erano imbarcati e ora tutte le barche si dirigevano veloci verso la "corrente", per andare al di là del ponte aragonese. Arrivati nello specchio di mare dall'altra parte del Castello, sempre calmo in quel tempo d'estate, le barche puntarono tutte insieme verso gli scogli di Sant'Anna. Gli uomini remavano veloci e sorridenti verso la chiesetta dedicata alla Santa protettrice delle partorienti e proprio lì sotto si fermarono per qualche minuto. Poi, tutt'insieme ripresero a percorrere la baia, avvicinando le barche per scambiare qualche parola o salutandosi con grandi gesti da lontano. Erano tutti volti noti: gente di Ischia Ponte e della Mandra, parenti, amici, compagni di pesca per i più anziani e di giochi per i più piccoli. Come se l'intero paese si fosse dato appuntamento in quello spicchio di mare sotto la collina di Soronzano. Poi, arrivò la notte. E, mentre il cielo e il mare cambiavano colore, un grande bagliore comparve vicino alla chiesetta. La luce del falò fu come un segnale e la scena, fino a quel momento placida e serena, si animò di nuova vita. Dalla pancia delle barche le donne tirarono fuori i grossi involti che vi avevano deposto alla partenza. Pochi gesti ed ecco pronta la cena, ricca, una cena di festa: coniglio alla cacciatora e melanzane alla parmigiana, per tutti lo stesso menù. E dai cesti comparvero le percoche baciate dal sole di luglio. Luigino, come gli altri pescatori, tirò su dal mare il cesto che custodiva il bottiglione di vino; il mare si era incaricato di tenerlo fresco durante la traversata. Chiacchiere, risate, grida da una barca all'altra spezzavano il silenzio notturno. Poi, mentre ancora si mangiava, da sotto la "corrente" comparve un'altra barca, la più bella di tutte. Si accostò veloce, iniziando a muoversi lentamente nella baia. A bordo, volto conosciuto, inconfondibile, c'era Luigi De Angelis, il barbiere del Porto, con il suo violino. E con lui a fare musica, altri con mandolini e chitarre. E Giovanni, uno scaricatore del porto dalla bella voce di tenore, cantava le vecchie canzoni napoletane. Poi, verso mezzanotte, quando il falò vicino alla chiesa cominciava ad esaurirsi, le barche, una ad una, sparivano alla vista. Ciascuno prendeva la via del ritorno, verso il ponte o la Mandra. Lì scendevano donne e bambini, liberando in fretta le barche dei resti della cena. Per gli uomini, invece, si era fatta l'ora di uscire in mare, come ogni notte, per andare a conquistare il piccolo bottino quotidiano di perchie e pinit’ 'e rré.
Puntualmente, ogni anno, si andava con Luigino alla festa a mare, finché non partii per l'Argentina e il rito della barca di famiglia fu interrotto. Intanto avevo imparato a suonare la chitarra. E così, con l'arrivo di una nuova Festa di Sant'Anna, fui ingaggiato, insieme a Vincenzo Funiciello e Luigino "Quattrocchi", per andare a suonare sulla barca dei Purificato, una famiglia originaria di Ischia che viveva durante l'inverno a Napoli. La sera del 26 aspettavamo di imbarcarci alla "marinella di terrazappata" quando vedemmo arrivare la barca dei Purificato, trasformata per l'occasione in una gondola veneziana, con lampetelle, frasche e addobbi di ogni genere. Fu una grande sorpresa. La barca, piena di gente, ci accolse e si diresse verso la baia dei festeggiamenti. Quando, oltrepassata la "corrente", ci immettemmo nella baia, fummo accolti dalle altre barche da entusiastici battimani: quella strana imbarcazione aveva suscitato meraviglia. Come sempre quella sera le melodie napoletane ed i cori rallegrarono l'atmosfera. Ma, quando fu il momento della cena, scoprimmo che non c'era nulla: la signora Purificato aveva dimenticato le ceste a terra. Allora due ospiti si rivolsero alle barche vicine, spiegando quanto era accaduto. Non passarono che pochi attimi e già da ciascuna barca erano partiti cesti ricolmi di ogni ben di Dio, con l'immancabile coniglio a dominare la scena. Ed i canti ripresero nella baia, fino alla mezzanotte, quando i falò si spensero.
L'anno dopo i Purificato abbelli­rono di nuovo la loro barca, ma, arrivati nella baia, nessuno più si sorprese. Tutti attendevano che fosse svelata la sorpresa annunciata da Giovan Giuseppe Sorrentino. Si raccontava che aveva preparato qualcosa di ecce­zionale, di speciale, una novità assoluta. E, infatti, qualche minuto dopo la novità apparve. Seduto su un trono, circondato da schiavi e rematori, Giovan Giuseppe avanzava sulla sua barca trasformata in nave romana. La sorpresa annunciata si materializzava finalmente davanti agli sguardi attoniti degli spettatori che applaudivano entusiasti. Fu un attimo. La barca, che ancora avanzava, si inclinò su un lato e si rivoltò. "Nerone" e gli schiavi finirono in mare. E allora tutte le barche si accostarono, cercando di prendere a bordo i naufraghi. Ma, nonostante lo sfortunato esito di quella prima prova, "Nerone" annunciò: "Vedrete il prossimo anno!". E così fu. "Nerone" si ripresentò puntuale con la sua barca romana la sera del 26 luglio. Stavolta tutto filò liscio e gli applausi furono ancora più caldi di quelli dell'anno precedente. Io assistetti allo spettacolo dagli scogli, come tanti altri che, con il passare degli anni, erano aumentati e avevano preso l'abitudine, non avendo una barca propria, di assistere da lì all'Evento».

La nascita della Festa (come la conosciamo noi) avvenne in piena epoca fascista, sotto gli auspici dell'O.N.D. Si mirava a rivalutare le tradizioni locali (è di quegli anni il recupero della 'Ndrezzata) e la stessa Festa di Sant'Anna ebbe il beneplacito del regime che collaborò attivamente a gestire la spon­tanea "adunanza". Ma i rapporti con il fascismo non furono sempre così idilliaci. Infatti, «nel 1933 il Podestà di allora, il Cav. Vincenzo Iacono, ci fece capire che la festa di Sant'Anna non si doveva fare. In quell'epoca il Capitano della Capitaneria era Capo Botta (o Bollo), un tipo puntiglioso che non permetteva ad altre autorità di invadere la sua sfera di competenza. Questo Comandante Botta, avendo saputo l'orientamento del Podestà, ci chiamò e ci disse: "Se siete capaci di organizzare la festa non vi dovete preoccupare del Podestà perché a mare comando solo io, e poiché la festa si svolge esclusivamente a mare state tranquilli e fate quello che avete fatto l'anno scorso". Così la festa di Sant'Anna continuò a vivere ed ebbe in seguito anche il consenso delle autorità fasciste, tanto è vero che una delle ultime edizioni, nel 1939, fu organizzata con la collaborazione del Dopolavoro fascista». «Fino al 1940 la festa ebbe un consenso popolare, poi gli eventi bellici consigliarono di sospenderla. Viene ripresa nel 1944 a guerra non ancora conclusa. Ma senza fuochi. Luca Scotti, Michelangelo Patalano, Giovanni Messina jr., Vincenzo Funiciello e più tardi Federico De Angelis. Con la partecipazione dei pittori le barche addobbate persero la primitiva spontaneità artigianale per assumere sempre più dimensioni caratteristiche».
La visione del lento migrare delle barche dei gruppi familiari verso la chiesetta di Sant'Anna, dove veniva consumato un pasto festoso, spinse un gruppo di giovani ad allargare i contorni quasi privati e minimi di questa ricorrenza, puntando più sull'aspetto esterno, spettacolare, al fine di valorizzare quella tradizione radicata.
Il gruppo che aveva eletto come Presidente il Dott. Luigi Mazzella (1895-1973) era formato in gran parte dalla generazione nata a cavallo fra Ottocento e Novecento e accomunava giovani trenta-trentacinquenni, tutti molto motivati ed entusiasti nell'organizzazione della Festa a mare. Di questa pattuglia di giovani facevano parte il Segretario comunale Michelangelo Patalano, il pittore Federico Variopinto, il commerciante Nicola Giusto, il commerciante Antonio Castagna, il capitano Giovanni Castagna (morto in Grecia), il giovane Francesco Postiglione, l'artista Aniellantonio Mascolo. Ognuno si interessava di curare un aspetto della manifestazione: Aniellantonio Mascolo con umiltà e pazienza curava la dislocazione dei coppi sulle case che si affacciano sullo specchio d'acqua in cui si svolge la festa, G. G. Patalano e R. Rosiello si interessavano dell'accensione dei falò di Campagnano, Costantino Mazzella di quelli del Soronzano, Giovanni Messina procurava la nafta per le lampetelle, Luigi Pilato "Maressa" era l'addetto al reclutamento delle lampare, Giannino Barile sceglieva e contattava i maestri della pirotecnica e badava alla sistemazione sulla Torre "di Michelangelo" dei pochi bengala impiegati, i fratelli Matterà collaboravano alla dislocazione, sul Castello, delle lampetelle.
A queste persone, con il passare degli anni, se ne aggiunsero molte altre che, in varia misura, collaborarono attivamente all'organizzazione dell'apparato festivo. Esse, inoltre, suggerirono di addobbare liberamente le barche che intervenivano la sera del 26 anche con frasche e canne, mettendo in palio un premio simbolico, in natura, per la barca più bella: ciò rafforzò l'interesse per quella scadenza festiva, introdusse un aspetto ludico-agonistico, ma soprattutto spostò l'accento dalla "Festa a mare" alla "Festa delle barche". Da questo momento (primi anni Trenta) si venne a definire un par­ticolare tipo di Festa che ebbe, ed ha tuttora, nella rappresentazione teatrale sull'acqua la sua forte connotazione e che raggiunse poi, negli anni Cinquanta-Sessanta, una sua fisionomia ben definita e talmente forte da imporsi nell'immaginario collettivo di molte generazioni.
La "Barca di Sant'Anna" divenne elemento di richiamo di tutta una comunità che in essa si riconosceva. Infatti il termine "Barca" conserva, ancor oggi nell'uso comune, il significato di "addobbo scenografico", mentre il termine "scena" serve a definire solo i figuranti nella loro disposizione coreografica o il culmine della rappresentazione. Manterremo l'etimo "Barca" per utilità, nel suo radicato e peculiare significato di "addobbo", affiancando ad esso la tipologia espressiva che ci permette di coglierne non solo gli aspetti visivi, ma anche e soprattutto quelli strutturali e formali. Le tipologie espressive adottate fanno riferimento alla realizzazione materiale, al prodotto offerto alla visione e i termini che utilizzeremo, "figura" e "oggetto", rimandano direttamente alla dimensione aperta dello spettacolo.

Il luogo, l'evento e la visione

La sfilata delle barche sfrutta la conformazione naturale della baia di Ischia Ponte; il luogo deputato per le rappresentazioni è già meravigliosamente predisposto: comprende la mole del Castello aragonese con il ponte che lo collega al Borgo marinaro, passando per la marina e proseguendo per la spiaggetta della "Corteglia", i "Travi", il Cimitero vecchio fino agli scogli di Sant'Anna. Al tramonto, già nei primi anni Trenta, questo luogo si arricchiva di piccole lucine - lampetelle - poste lungo il perimetro della baia. In alto la collina di Campagnano, fino al Soronzano, era punteggiata dai falò - lummenari - accesi dai contadini in più punti, usanza che era presente già nei primi del Novecento, che durò fino agli anni Settanta, poi vietata per il pericolo di incendi. In questo modo lo spazio per la Festa veniva stravolto già prima della sfilata: un brillìo inconsueto di luci pulsanti creava atmosfere di suggestiva bellezza. «Uno spettacolo di rara bellezza che incantò il pittore Gaetano Ricchizzi che cercò di riprodurlo - con notevole successo - in un suo quadro, che credo debba ora appartenere agli eredi del notaio Bonaventura Mazzella».
La baia assumeva la valenza di luogo deputato e cominciava a popolarsi di nuove figure, di oggetti scenici effimeri che sembravano prendere forma e sostanza dallo stesso elemento che li ospitava. Inizialmente si trattava di realizzazioni semplici, che si inserivano quasi naturalmente in questa dimensione e animavano dal "di dentro" lo spazio acquatico in cui lentamente si muovevano. Le piccole "barche" incominciavano a darsi come "rappresenta­zione", esse si sviluppavano intorno ad un addobbo estemporaneo e a un gioco di travestimento o di rappresentazione mimica offerto al pubblico.
Già in queste piccole e timide forme di intrattenimento e di gioco scenico la rappresentazione teatrale e l'interpretazione drammatica entrano a pieno titolo. L'elemento acquatico amplificava l'avvenimento spettacolare ponendo le premesse per una magica visione. Dopo la lunga pausa della guerra, la partecipazione delle lampare alla sfilata, esaltò le suggestioni spettacolari. «Tra le manifestazioni in programma ad Ischia, una delle più suggestive è certamente il "Galà delle lampare" che si svolgerà in occasione della tradizionale festa agli Scogli di Sant'Anna». Il tremolante riverbero dei chiarori delle lampare, il luccicante brillio delle lampetelle (ottenute con uno straccio imbevuto di nafta posto in un barattolo di "conserva") stimolavano gli allestitori a trovare soluzioni integrate all'ambiente e all'atmosfera. L'antica adunanza festiva scoprì nuove suggestioni, diventò evento spettacolare e visione "dell'altro" in una dilatazione spazio-temporale che coinvolse anche chi si trovava a terra o sugli scogli. La "Festa delle barche" assunse i caratteri di «piccola e ricorrente rivoluzione illusiva», materializzazione di una forte istanza pratico-estetica che cambiò prepotentemente le modalità di relazione nella comunità.
Nasceva su queste premesse "l'evento" della sfilate delle barche che si spogliava delle sue vesti arcaiche aurorali per ricomporsi in una ritualità in cui la visione assumeva valenze primarie: «oltre l'evento c'è sempre il suo essere una origine, una invenzione, una dichiarazione del possibile». L'atmosfera che si creava in quel frammento spaziale, "palcoscenico mobile", si riverberava intorno e creava risonanza emotiva, riflettenza visiva. Le prime barche si diedero come "opere aperte" in uno spazio aperto: forme galleggiabili che attraversavano lo spazio scenico acquatico, lo penetravano e lo trasmutavano in smisurato palcoscenico, dominio assoluto della percezione. La scoperta di uno spazio noto che diventava spazio della magia, stazione fluttuante di un divenire spettacolare, si dilatava a dismisura per ricomporsi nell'atto della visione. In questo percorso la rappresentazione assumeva il carattere definitivo di invariante intorno alla quale si sarebbe snodato il cammino della Festa. Le barche diventeranno, man mano, il veicolo di effimere rappresentazioni ed interverranno come momento espressivo forte e fondante della manifestazione che accentuerà e allargherà quegli aspetti più marcatamente spettacolari. Il tempo festivo subiva un'espansione e contaminava il tessuto sociale di tutta la comunità, chiamata con anticipo a pensare alla ricorrenza in termini di progettualità e di intervento attivo. Il passaggio da una ritualità minima e familiare a quella espansa del gioco corale, introduceva nuovi aspetti e nuove possibilità operative che diventarono espressione culturale della comunità locale di Ischia Ponte
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