La Rassegna d'Ischia 2007 n. 2
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1847 -
Italienisches Bilderbuch / Libro illustrato italiano

L'isola d'Ischia vista da Fanny Lewald

  
(Traduzione di Nicola Luongo) Quando il sole in primavera splende caldissimo sulla terra, allora i fiori primaverili fanno capolino dappertutto e si volgono verso la luce, come se dovessero ricevere anche ora la loro parte del dolce tepore, come se volessero godersi subito la loro esistenza. Così dal profondo azzurro del Mar Mediterraneo spuntano come giganteschi fiori marini le solitarie isole, risaltando per i loro profumi e i loro colori, tanto che i sentimenti riescono appena a percepire la pienezza della rigogliosa bellezza.
   Uno dei numerosi errori, che un viaggiatore ripete all’altro, è che si dovrebbe vedere l’Italia d’inverno, che l’Italia non ha primavera, che d’estate tutto è deserto e bruciato. È vero, un inverno italiano, un giorno di dicembre e di gennaio a Roma affascinano di più il forestiero in confronto con la sua terra del Nord, ma è sempre inverno. I castagni e le acacie sono spogli, le foglie delle viti sono cadute a terra e i loro tralci sono stati recisi per servire da rami secchi nel camino, giacché a Roma l’uso del fuoco del camino è necessario per tre mesi.
   Spesso, quando soffia la tramontana, fa un freddo pungente e l’aria è molto rigida e tagliente. Ma già febbraio apporta nuova fioritura. I castagni germogliano, il prato si colora più intensamente, le rose, l’arancio, l’alloro, l’acacia rifioriscono, il sole sfavilla più vivido, il cielo diventa turchino-scuro.
   Non si sente affatto la mancanza di quelle sensazioni primaverili che da noi in Germania sono così dolci, giacché la gioia per il rifiorire della natura in Italia è altrettanto grande, come se si fosse rimasti in Germania per molti mesi tra la neve e il ghiaccio.
   Per le terre del Nord sono stupefacenti la forza e la rapidità con cui in primavera si sprigiona la vita delle piante. Quello che da noi si verifica lentamente per settimane, qui si manifesta in pieno fulgore in pochi giorni, ed è proprio la notevole molteplicità di piante, di arbusti e di alberi che contribuisce a suscitare l’incantevole impressione del Sud.
   Si deve lasciare Napoli e il continente italiano, bisogna recarsi d’estate nelle isole per sapere che cosa sia il Sud, per comprendere un mondo del tutto diverso, in cui si potrebbe vivere con letizia, sebbene si senta la mancanza di quasi tutte le comodità dei nostri tempi.
   Ecco le terre agognate, le une accanto alle altre: Nisida, Miseno, Procida, Capri azzurra e la bella Ischia, creature di quel momento in cui terra e mare s’incontrarono nell’ardente fuoco della gioventù e la terra versò fiumi di fiamme dalla sua intima vita nelle onde agitate del mare, che li trattenne e li raffreddò. E questa vita del fuoco è ancora attiva nelle isole, essa arde ancora nelle sorgenti caldissime, appare sulla terra che emana fumo; essa matura l’uva infocata, lampeggia negli occhi della popolazione autoctona e brucia nei germogli del cactus e del melograno.
   Ischia, la più grande di queste isole, manifesta, più delle altre, tracce della sua origine vulcanica. Se, provenendo da Napoli, si approda alla cittadina di Ischia, si ha davanti a sé una notevole rupe a forma di tronco di cono, che giace isolata nel mare, formata di sola lava. Il castello è unito alla costa da un ponte; sulla sua sommità emerge fiera la fortezza di Ischia. In basso, sulla riva, si trova la cittadina d’Ischia, in alto l’antico cratere, che cinquecento anni fa devastò l’isola in tal modo che fu abbandonata del tutto dai suoi abitanti e dovette essere in seguito ripopolata da spagnoli e greci, che il re di Napoli attirò con molti privilegi sulla piccola isola infuocata.
   Quattro paesi si trovano sulla costa nord-orientale dell’isola: Ischia, Casamicciola, Lacco, Forio. Un’ampia strada, l’unica regolare dell’isola, ben spianata, che passa per alture e vallate, li congiunge. Qui nelle isole balza evidente agli occhi la caratteristica italiana di non avere alcun villaggio. Dovunque in Italia si sono insediate parecchie famiglie, le une accanto alle altre, si è fondata una cittadina – paese -, con la sua piazza-mercato al centro, le sue chiese, il suo convento e sul mare il suo porto, la marina. Non mancano un caffè, la farmacia e qualche merciaio, il dottore e un chirurgo. Alla porta di quest’ultimo risalta un’insegna con un uomo dalle cui vene di un braccio e di un piede sprizza il sangue come da una fontana, giacché un salasso per l’italiano è un piacere, un sollievo, e durante il periodo caldo dell’anno lo fa quasi ogni mese.
   I paesi sono senza eccezione lastricati con quadroni, le case massicce e con tetti piatti. Queste hanno finestre che, arrivando sino al suolo, immettono su piccoli balconi muniti di inferriata. Sulla piazza del mercato si trova un acquaiolo, con il suo piccolo negozio tinteggiato di azzurro, dove vende acqua fresca e limonata. Intorno a questo s’incontrano gli uomini della classe operaia, mentre nel caffé si ritrovano i cittadini benestanti e nel negozio dello speziale, il farmacista, gli ecclesiastici, per fare quattro chiacchiere. Nelle isole ci si trova bene, se si tiene presente il fatto che i diversi modi di vivere delle nazioni dipendono dalle condizioni climatiche e ambientali. A Ischia c’è una sola carrozza, proprietà dell’uomo più ricco di Forio. È una decappottabile a due ruote, a un solo cavallo, e, ogni volta che si scorgono tracce di ruote, si sa che Don Antonio ha condotto per l’isola il suo carro trionfale. Non è facile andare a piedi pei pendii impervi delle montagne e nella grande calura; si utilizza perciò in generale l’asino, sul cui dorso viene collocata una sediolina - la sedia spagnola -.  Così predomina un grande silenzio in ogni plaga, non si sentono rumori fastidiosi. Come a Ischia esiste una sola carrozza, così c’è anche soltanto una mucca. La popolazione non mangia burro e, quando c’è bisogno di latte, si utilizza quello di capra. Non si sente nessun muggito di bovini, nessun nitrito di cavalli, giacché i cavalli, a differenza degli asini, sono molto rari; nessun rumore di carri turba l’orecchio. In un profondo silenzio sono immersi i paesi in cui sono sparse alcune ville, tra le quali di tanto in tanto emerge bianca una chiesetta. Ogni villa è circondata da un vigneto, ogni vigneto è delimitato da alti muri, è un tutto conchiuso in se stesso.
   Fiero e alto emerge l’Epomeo, un tempo fiammeggiante, la cui dorsale dentata interseca l’isola, fin giù alla vita silenziosa da sogno ai suoi piedi, e certamente, qui in questo piccolo mondo, si potrebbe comprendere il desiderio di vivere in una pace idilliaca, nel godimento più semplice della natura, lontano da ogni frastuono del gran mondo e della società, per se stessi e i propri ricordi.
   La popolazione di Ischia è bella, con la fisionomia del tipo moro o spagnolo. I più belli mi apparvero gli abitanti di Forio, a cui, nell’ambito delle fisionomia focosa del Sud, il colorito scuro e i capelli corvini conferiscono un particolare fascino. Come tutti gli italiani, gli isolani si comportano con una gentilezza e una finezza innate tra di loro e nei confronti dei forestieri. Anche nei ceti sociali più bassi sono premurosi verso le donne, e in nessun luogo ho visto uomini così affettuosi verso i bambini e giocare con loro in maniera tanto spontanea e allegra. E non è affatto vero che l’italiano sia pigro e indolente; lui lavora sodo tutto il giorno e ciò vuol dire molto in un clima in cui per tre mesi il termometro, anche di notte, non scende di solito sotto i 25/26 gradi.
   L’industria principale a Ischia è la lavorazione dei vasi di terracotta, utilizzati per il trasporto dell’acqua, e di quelle mattonelle con cui al Sud si pavimentano le stanze. L’argilla, con cui esse si fabbricano, è vulcanica e viene ricavata dall’Epomeo, vicino ad un antico vulcano, uno fra i tanti presenti sull’isola. Da qui gli isolani la trasportano giù, parte in grandi sacchi di paglia intrecciata che vengono sistemati a dorso d’asino, parte in grossi cesti che portano sulla testa.
   Quando il giorno è lungo, il lavoratore vigoroso riesce a fare la stessa via, su e giù, per tre volte di seguito e guadagna con questo pesante lavoro, che per il percorso accidentato risulta spesso pericoloso, due carlini, circa sette groschen prussiani. Ansimanti, bagnati di sudore, gli uomini scendono da quelle impervie alture con la rapidità di un camoscio, si cambiano d’abito per premunirsi da un raffreddore inevitabile senza queste precauzioni, e risalgono subito la montagna. La traspirazione, cui è soggetto il lavoratore in Italia e che lo costringe a indossare abiti freschi più volte al giorno, genera il fatto che gli uomini del popolo sembrino più puliti durante il lavoro di quanto succeda da noi. Anche le donne nel complesso non sono così trascurate come di solito si crede; rivolgono soltanto poca cura ai capelli e una caratteristica delle italiane è che la donnetta più povera non ama mettere in ordine i suoi folti capelli. Ovunque, a Roma come a Napoli e sulle isole, spesso si vedono le donne stare sedute davanti alla porta della loro casa, impegnate a pettinarsi e a farsi le trecce le une con le altre. Ma, giacché l’incombenza di solito viene compiuta solo nelle ore serali, a cui naturalmente segue la notte, avviene che di giorno si noti appena il lavoro effettuato e si è veramente contenti se un grande panno, colorato o bianco, avvolto a forma di turbante, sottrae alla vista quelle trecce scompigliate.
   Oltre all’industria della cottura delle mattonelle, a cui accennavo prima, è principalmente la viticoltura che dà da vivere agli ischitani e agli altri abitanti delle isole. Tutte queste isole sono ricoperte di vigneti, nelle rocce si trovano scavate delle grandi cantine e di continuo si vedono asini carichi di piccoli barili da portare dalle cantine sino alla marina, dove il vino viene trasportato con piccole navi fino a Civitavecchia. I due prodotti, la terracotta e il vino, costituiscono l’occupazione degli ischitani. Essi sono vasai e lavoratori da questi dipendenti, vignaioli e commercianti di vini, “marinari e ciuciari”. Le donne filano canapa, seta e cotone con l’antico fuso; tessono le stoffe per i loro bisogni personali e ho visto raramente persino le ragazze più giovani senza il fuso tra le mani.
   Ma giacché l’italiano di sera, dopo aver terminato il lavoro, non si trattiene in una bettola come il lavoratore delle nostre parti, né si mette a letto, ma trascorre il tempo a chiacchierare al mercato o alla marina; giacché l’italiana sa andare in giro e discutere comodamente col suo fuso, poiché si vede la popolazione nei giorni festivi godersi il dolce far niente, in un atteggiamento così dignitoso, si crede che l’italiano sia indolente. Invece è una persona operosa, pronta a procurarsi il pane col sudore della fronte, ma anche con la consapevolezza di lavorare per godere la vita.
   Di quella ottusa neghittosità del contadino del Nord, di quella imperizia con cui egli riesce ad usare a stento le sue membra per svolgere il suo lavoro e si dimostra servilmente imbarazzato di fronte a ogni individuo ben vestito, l’italiano non ha “proprio niente”. Il marinaro più povero, il più umile ciuciaro camminano liberi, a testa alta, usano un linguaggio aperto e schietto e lavorano dovunque vengono pagati con quella simpatica spontaneità con cui si svolge un lavoro solo perché si ha voglia di farlo.
   Continuamente ho sentito parlare viaggiatori dell’ingordigia del popolino e non l’ho trovata più grande di altrove. L’italiano ha il talento particolare di prevenire le esigenze del viaggiatore e di rendergli la vita comoda. Ora lui tende all’assetato un polposo frutto rinfrescante, ora una ragazza che ha attinto l’acqua alla fonte offre al passante la sua brocca colma di acqua fresca. Uno coglie fasci di mirti in fiore e capperi, l’altro porge una sedia se una signora desidera smontare dall’asino. Se non si accettano questi piccoli servizi, si respingono quelle persone così ben disposte; ma, se si ha bisogno di rinfrescarsi o si ha il desiderio di un fiore colto per noi, allora vale la pena di donare in cambio qualche pfenning, di cui ognuno si contenta. Io non conosco al mondo alcuna terra più civilizzata in cui si servono dei forestieri gratuitamente, come per amor di Dio, e molti luoghi dove si trovi tanto benefica, disinteressata disponibilità quanta ne è presente da queste parti.
   Risulta sorprendente il fatto che, quanto più in Italia ci si avvicini al Sud, tanto più aumenta la disinvoltura con cui ognuno considera il chiedere l’elemosina come un fatto naturale. Appena si guarda con simpatia una graziosa ragazza, un bel bambino, sia l’una che l’altro subito tendono la mano e dicono: “Datemi qualcosa!”. A Genova le donne che elemosinano si coprono la faccia con le mani, avendo l’istinto dell’umiliazione, quando chiedono un’offerta a un forestiero; a Roma in gran parte sono poveri storpi o vecchi decrepiti che con voci lamentose supplicano l’elemosina dal forestiero; ma a Ischia, più che a Procida e a Capri, ognuno ritiene del tutto naturale che il forestiero, che ha tanti soldi per viaggiare, ne consegni una piccolissima parte al povero isolano, sulla cui isola egli cerca salute e benessere.
   Un sarto, che lavorava con molti aiutanti davanti alla sua porta, una volta s’alzò in piedi, si avvicinò al nostro gruppo e disse molto fiducioso: “Signori, datemi qualcosa!”. Una donna ben vestita, che conversava con altri e mi vide affacciarmi al balcone, mi salutò gentilmente, sollevò il grembiule e mi rivolse la solita frase. Anche se non ricevono niente, si rassegnano presto e questo comportamento, lungi dal trovarlo fastidioso e vergognoso, mi ha soltanto suscitato una strana, comica impressione. Il popolo lavora per quanto può e considera l’accattonaggio un’occupazione secondaria, innocente, che si pratica nelle ore di ozio.
   E come volentieri si dona a loro un po’ di denaro, quando si pensa che con questo essi preparano le loro allegre feste.. Oh! Tali feste di chiesa in riva al mare, a Ischia, a Casamicciola, a Lacco o a Forio sono la cosa più gioiosa al mondo. In poche ore sorgono all’aperto altari e cappelle, davanti a cui passano e si fermano le processioni, per farsi benedire. Dove appare la processione, scoppiano botti nell’aria limpida. Colonnati intrecciati di mirti in fiore si estendono sino al mare, illuminati da luci in carta colorata. In tutte le case brillano le luci; luci oscillano sulle barche, la cui vecchia vela latina si muove al vento della sera.
   E lo slanciato marinaro in camicia e pantaloni bianchi, con la sciarpa multicolore intorno alle anche, il cappello di paglia dalle bande nere sull’orecchio, come se ne va in giro orgoglioso con moglie e figlio nel suo decoro raggiunto con le sue forze! Là ballano snelli asinai con i loro berretti inclinati la vivace tarantella, al suono del tamburello. La luce delle lampade oscilla fra il pergolato delle logge, dove stanno sedute le isolane; le più anziane in rispettoso silenzio, nella sicura dignità che preziosi orecchini d’oro, le ricche catenine al collo conferiscono loro, le più giovani in allegro chiacchiericcio fino a quando il tamburello risuona sempre più vicino e con i suoi turbinosi, ronzanti suoni le trascina nel ritmo irresistibile della splendida tarantella.
   Come volano gli sguardi, con quanta sfrontatezza il bel marinaro si avvicina alla snella graziosa figura femminile; come lei sa respingerlo, benché cerchi di ammaliarlo; come vita e gioia e voglia di amore palpitano in ogni movimento; come la natura rigogliosa e la luce incantata collimano con la danza focosa di queste belle persone! Anche le donne più anziane non resistono, accompagnano con canto ritmico il semplice suono del tamburello, finché alla fine la stanchezza pone termine al giubilo ed esse ritornano a casa, chiacchierando e cantando.
   Dovunque, da tutte le strade, da tutte le valli e le alture, risuonano le due canzoni preferite: Luisella e Ti voglio bene assai, finché anche queste tacciono e una dolce pace scende sull’isola. Dagli arbusti di alloro appaiono chiaramente le lucciole e con un lieve battito di ali svolazzano le farfalle e le cicale nella notte, che ben presto deve lasciare il posto al nuovo giorno.
   È bello restare sull’altura che guarda giù Forio, il bianco paese, che ancora oggi proteggono le quattro torri quadrate, merlate, del periodo dei Saraceni. Queste sono erette su accumuli di lava, per sorvegliare da lontano il mare. Intorno ad esse l’orrenda devastazione di quel tempo in cui torrenti di fuoco dalla terra si riversarono in superficie e qui si solidificarono nella forma più strana e bizzarra. Nessuna coltura prospera, nessuna semente germina nella plaga desolata. Solo lo spinoso fico d’India si fa spazio tra le fessure e arreca i suoi innumerevoli fiori gialli e i suoi frutti, nutrimento del popolo.
   E proprio lì vicino, dove il suolo è più mite, si estendono dai piedi dell’Epomeo sin giù al mare le ville isolate. Dovunque arriva la vista, filari di viti; verde, rigoglioso pende il grappolo d’uva in fase di maturazione. Sulle alte oscillanti canne palustri emergono alberi verde-scuro di ribes e di ulivo con le loro cime bianco-argento. Melograni fiammeggianti e mirti bianchi come la neve si appoggiano intorno alla casa, come un alto albero della libertà, forte emerge l’imponente tronco dell’aloe dalle foglie aguzze che mostra al sole i suoi grandi fiori riuniti in racemi. L’edera splendente abbraccia muri e alberi; oscillante ed esile il bianco e bell’arbusto di capperi pende con le sue propaggini violette giù dalle pareti. E la clematide avvinghia i suoi viticci, mescolata alla rosa di Paestum, giù verso i fiori rossi e bianchi dell’oleandro.
   Ah! così ineffabilmente bella è questa terra! Ogni giorno deve ritornare il dio del sole, quando l’ha vista una volta. Non riesce ad allontanarsene e, poiché essa è così bella, lui l’ama e l’anima con i suoi raggi che riscaldano. Già spunta dietro la schiena del vecchio guardiano dell’isola, il ripido Epomeo, che si riaccende ai raggi del nuovo giorno. E tutti i fiori gli offrono i profumi più dolci, tutti gli uccelli gli svolazzano intorno, ogni cosa saluta il giorno. Solo l’uomo si riposa ancora e sogna in un sopore divino.   
   Con quanta dolcezza si potrebbe dormire nel silenzio di questo piccolo mondo, quando si è raggiunta la meta delle proprie aspirazioni, se i desideri e i pensieri non volassero via lontano, lontano da noi. Ci deve essere la  pace nel mondo, lo vuole Dio; e la pace è qui, ma noi non riusciamo a catturarla e goderla. Giacché la pace è l’unione armonica di ogni cosa creata, e noi esseri umani siamo in conflitto con noi stessi, come possiamo essere all’unisono e in pace con gli altri e con la natura?
   Per largo tratto sporgente sul mare, a protezione del paese di Forio, si trova il promontorio del Monte Imperatore, e la bianca chiesa fornita di cupola moresca guarda dalla Punta al mare. Giace lì del tutto isolata! Niente sulla Punta ostacola la vista sull’ampio mare e l’anima, se aspira alla quiete e al senso del limite, osservando il mattino silenzioso e suscitatore di sogni, che con la sua giovanile bellezza entra nel mondo, allarga allora lo sguardo sul mare, le cui vele bianco-splendenti parlano di terre straniere, di lontane città, di nuovi desideri, di una sconfinata nostalgia.
   Ma gioia e riposo, che non troviamo più per noi nella dolce limitazione di silenzio terreno, cerchiamo invano da polo a polo, a est e a ovest. Come uccelli migratori voliamo senza patria sulla terra, ci rallegriamo di questo fiore e di quel frutto, sostiamo una volta su un prato ombreggiato, un’altra sulla dura terra, troviamo qualche gioia, qualche piacere e cerchiamo eternamente ciò che è eternamente irraggiungibile, la felicità.
   Come si potrebbe inventare una parola per qualcosa che nessuno conosce, nessuno raggiunge e, quando si è trovata la parola, ognuno la desidera? Voler possedere la felicità, questo è pericoloso come cercare la pietra filosofale. Ci ha sottratto riposo e pace, ci sospinge senza tregua attraverso la vita e noi non ci godiamo la vita.
   Al di là delle nuvole, dicono i preti, là abita la felicità; e l’occhio di un cuore infranto e stanco di vivere rivolge lì l’ultimo sguardo, l’ultima speranza terrena.

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