Home

Da Napoli a Ischia 1
Da Napoli a Ischia 2
Il porto d'Ischia
Piccola storia del porto
Ischia nel mito
Ischia nel mito (note)
La Campania di Strabone
Note testo Strabone
Isola di Tifeo
Novella del Boccaccio
Novella del Verga
Ischia nel 1848
Ischia 1907
Lirismo per Ischia
La scoperta di Ischia
Un'estate a Ischia...


 


Un'estate a Ischia

di Mario Stefanile ( in rivista Lettera da Ischia Oggi, n. 1/1957

Tanti anni fa ‑ tanti che ormai le date più non contano, il tempo è una pianura che s'allontana verso l'ultimo orizzonte e laggiù stanno i miei ricordi migliori, non so più se sulla terra o già in cielo ‑ tanti anni fa, dunque, mio padre marinaio mi bisbigliò in un orecchio, baciandomi fra nuca e collo, che ci saremmo imbarcati, che avremmo traversato il mare, per andare a Ischia.
Allora Ischia per me non fu che un nome, strano nome sibilante, come una frusta improvvisa snodata in aria dalla promessa di mio padre, un luogo certo mirabolante e prodigioso come quelli di cui egli talvolta mi narrava, quando tornava in terraferma dalle sue Indie, (falle sue Americhe. Pensai certo ‑ ora non so più bene, ma chi può sapere che cosa nasce e che cosa muore nella mente di un bambino? ‑ che Ischia fosse un posto lontanissimo, al di là dell'orizzonte, al di là del Vesuvio, oltre quella striscia di nebbia più a7zurra che talvolta mia madre mi mostrava coi dito, sussurrando «Sorrento» oppure «Capri», un posto di là del Golfo, di là da Gibilterra, di là dalle Canarie...
Di quanto disse mio padre intorno a Ischia non ricordo più nulla, se la disegnasse in aria con le sue parole colorate o se la insinuasse dentro la mia fantasia con arcani riferimenti: so soltanto che a poco a poco Ischia fu uno scoglio sempre più grande, quadrato e a picco nel mare, alto fino a toccare il grembo delle nuvole con la punta di una sua montagna, un'Isola beata, dunque, nata un giorno nelle acque più azzurre così come nascono le meduse e i coralli, i coralli che mio padre portava a rametti rossi e bianchi a mia madre da ogni viaggio in Oriente.
Era d'estate, lo ricordo dai miei vestitini di tela azzurra, dalla larga paglia sul capo, dai merletti bianchi di mia madre sorridente sotto un suo ombrellino, dalla giacca di alpagas nera di mio padre che sventolava talvolta un fazzoletto di lino sul suo volto bruno. 1 colori erano i colori dell'estate di tanti anni fa, un'estate felice certamente se io potevo stare fra mio padre e mia madre e con loro due ridere di sgomento percorrendo la breve asse che portava dal molo di Pozzuoli alla poppa di un bianco vaporetto.
Ormai la traversata è sparita, resta soltanto a galla dell'anima una sciarpa di fumo nero, il fischio lungo della sirena di bordo, il gioco del vento di mare nei capelli di mia madre: e mia madre si lisciava i suoi fini capelli, guardava verso prua, là dove le gomene tese tremavano all'aria come corde di uno strumento musicale. Mio padre andò a parlare nella cabina di comando col pilota del vaporetto, cominciò a narrare a lui avventure di viaggi tropicali, del Golfo del Leone o del Golfo di Biscaglia quando s'incattivano e fanno tremare i poveri marinai e il comandante del vaporetto gli rimbalzava altri racconti di perigliose traversate: io in mezzo a loro dite, il mento appoggiato sul bastingaggio, a sentire la brezza sulle labbra e i loro racconti pieni di onde e di scogli, di risacche e di burrasche,
Mettemmo piede a Ischia, accolti dal grido festoso dei venditori di limoni che venivano fin sotto lo scalandrone di poppa a salutarci con la loro merce odorosa e acre, ma io noti avevo occhi che per la barchetta di un piccolo saraceno quasi nudo che se la stringeva al petto, correndo scalzo sulla pietra rovente, inseguito da una torma di suoi piccoli amici. Mia madre colse nei ‑niei occhi la smania e a una botteguccia infestonata di reti e di cestini di vimini comprò per me una barchetta bianca, con le due vele, la bandierina, la chiglia piombata e perfino il timone e io, come il piccolo saraceno, la strinsi al mio petto, felice.
Ischia era dunque questo: un desiderio subito appagato, una felicità di bambini, innocente e azzurra come era il cielo, come il fiocco del cavallo, come la tenda della carrozzella nella quale montammo per andare non so più dove, se a Casamicciola o a Barano, se a Lacco o al Castello o a Forio. Sì, era Forio mi pare, dove stava un amico di mio padre, marinaio anche lui, che ci attendeva nella sua casa bianca, con l'arco, la loggia con i gerani e i grappoli di sorbe, sul vocio quieto di una piazzetta minuscola.
Entrammo nell'onibra dal sole che ci abbacinava, l'ombra era azzurra, di un azzurro violaceo come nei grappoli delle glicinie. L'amico di mio padre cominciò a gridare, a ridere, ad allargare le braccia, a chianiarsi intorno la moglie e i figli e una vecchissima zia, vestita di nero e grassa e forse anche i vicini che sbucavano (la azzurre porte nel cortile, venivano a guardarci, toccavano i merletti di mia madre e il bavero del mio vestitino alla marinara,
Ricordo ancora la grandissima stanza imbiancata di calcina, il pavimento di pietra viva, una stanza piena di finestre ad archi e un balcone che dava su una vasta terrazza in braccio al mare; ricordo una tavola lunga e piena di gente, io in fondo fra gli altri ragazzi che mi domandavano i segreti delle scuole napoletane, ai quali domandavo i segreti del mare di Ischia.
Dopo pranzo ci mandarono a giocare, c'era anche una bambina dalle trecce lunghe fermate da due fiocchetti rosa, gli occhi così azzurri che non potevo guardarli: e mi teneva la mano, me la stringeva, senza parlare, subito compagna. Il pomeriggio era al suo culmine, con un frinire disperato di cicale nel fogliame dell'orto, liti riverbero accecante dai muri. Il mare si sentiva vicino, pur senza scorgerlo, di là dagli alberi d'agrumi. Qualcuno propose di entrare nel fresco della cantina, a giocare non so più a che cosa e penetrammo nel buio (Itiasi gelato di quella cavità che s'apriva sotto la casa, fra enormi botti e damigiane e mastelli e tavole. C'era un odore acuto, di vino in fermentazione: vino della passata stagione che fra poco avrebbe fatto luogo al mosto novello e qualcuno propose d'assaggiare da una enorme bottiglia il vino bianco passito che a tavola noti avevano voluto (fare a noi ragazzi. La bambina lasciò per un momento la mia mano, scappò fuori, tornò di lì a poco tenendo il grembiule alzato per le cocche e rigonfio (11 mille fichi secchi, fichi bianchi impolverati del loro stesso zucchero che depose sii] piano di una grossa botte.
Cominciammo a divorare i fichi secchi, a bere il vino bianco e dolce che aveva il sapore dell'uva passa, narrandoci storie inverosimili, accoccolati in quel buio fresco mentre fuori il cortile era una grande macchia abbacinante di sole. Questa era dunque Ischia, dopo la felicità della barchetta, la scoperta di una libertà, mangiare fichi secchi, bere vino Passito, ascoltare il rumore del inondo lontanissimo, le risate eli quelli che stavano sopra e noi bambini sciolti a un'ebbrezza che ormai cresceva, ci stordiva, ci buttava all'aperto, a inseguirci, a correre lungo la spiaggia: e uno propose di far'navigare la mia barchetta, salì a prenderla senza che lo scorgessero, la varammo nel mare limpido e azzurro, ubriachi di fichi secchi e di vino, ubriachi di sole e di libertà la seguimmo mentre lentamente muoveva verso gli scogli.
La bambina dalle treccine aveva ripreso la mia mano, con lei entrai anche io nell'acqua, dopo d'essermi scalzato, il mare imnse le mie gambe, le mie ginocchia, ormai nulla più ci tratteneva, quel dolce vino passito muoveva farfalle nel nostro capo, seguivamo le farfalle che si mutavano in scroscianti risate e così, tornati a riva, infagottati in costumi da bagno che uno andò a prendere in una vicina capanna, cominciammo a fare il bagno, dimentichi della barchetta che veleggiava per suo conto lontano.
Fu forse mia madre, alla finestra, a scorgerla: perché ebbe un grido al quale altri seguirono e scoppi di voce severa e sulla spiaggia giunsero tutti corre per assistere a un naufragio, mio padre e il suo amico in testa, (la bravi marinai, seguiti dagli altri a braccia alzate. Ma non c'era stato naufragio eravamo sani e vispi nell'acqua, bambini felici e indocili, anche se ubriachi di fichi e di vino passito e allora mio padre scrollò le spalle, accese una sigaretta, l'amico sedette su una pietra, noi uscimmo dall'acqua mogi e bagnati come cani e furono le donne ad asciugarci con coperte e lenzuola.
Mia madre mi asciugava sempre più teneramente, quasi mi carezzava, senza tuttavia mostrare d'avermi perdonato, ma io lo sapevo dall'indugio delle sue dita fra i miei capelli e allora cominciai furiosamente a desiderare d'essere nato a Ischia o almeno di poterci vivere se Ischia era questo, anche un perdono discreto, senza umiliazione.
L'ho saputo dopo, tanto tempo dopo, lo so adesso che Ischia è appunto questo, una smania di desiderio che si appaga, una libertà e un perdono.

SU