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Ischia "isola del mar Tirreno"

di A. de Lauzières (in Poliorama pittoresco, 1848 )

Ischia è una delle più amene non solo, ma più utili isolette del mar Tirreno. La sua aria, che ridona di per sé sola la sanità, le sue copiose argille che prendono forme d'idrie e d'ogni maniera di vaselli tra le industri mani di quei naturali, e ne divengono il più attivo commercio, le sue frutta che passano il mare per rivaleggiare con quelle di Mergellina, e sopra tutto questo le sue saluberrime acque termali e minerali che mettono la forza nelle inferme membra e nelle malsane, son tutte cose atte a giustificare ad un tempo le qualità di amena e di utile che or ora le davamo.
Galleggiante per dir così in uno di quei bacini più che golfi, di cui nel baciarle intagliava le costiere l'azzurro Mediterraneo, Ischia sembra accostarsi quanto più sa alla terra e stringersi al fianco della compagna Procida, temente ancora della crudele e lussuriosa Capri, da cui non si crede ancora abbastanza lontana. Veduta da lungi con le sue linee pressoché triangolari, Ischia rassembra, più che ad un'isola, ad un vulcano messo all'altro lato del golfo come in simmetria col Vesuvio, allora soprattutto che i crepuscoli ne ricingono la fronte d'un diadema di nubi. Questa sua fronte bella ed altera s'informa dall'Epomeo, o monte S. Michele (sic); sul quale una volta poggiati vi troverete centro del più bel panorama che ad un raggio di ottanta miglia, ad un'elevazione di più di 2500 piedi vi si possa spiegare allo sguardo. Siate una volta vaghi di trovarvi lassù prima del sorgere del sole, ed a mano a mano che l'alba toglierà un dopo l'altro i veli della notte, che le stelle impallidiranno, che si avvicenderanno i colori delicatamente sfumati dal riflesso dell'astro nascente, voi vedrete come un frammento di creazione sorgervi a poco a poco sotto l'occhio, la direste l'opera di un onnipossente artista e in breve tempo vedrete delineare, preparare, abbozzare, ed a grado a grado finire per presentarla al vostro sguardo, come una mostra dei suoi capolavori.
Colà mentre la natura svolge all'occhio il suo spettacolo svariato e delizioso, la storia vi schiude alla mente il suo volume monumentale. - Qui da Enea profugo a Mario proscritto, da Mario proscritto a... quante imprese e quante sventure! Quanto sangue ha irrigato quei poggi, quanti cadaveri hanno ravvolto quelle onde, dall'atroce e memorando sacco dato dai Saraceni nel cominciamento del IX secolo, alla brutale stretta che la meschina risentì della manopola d'acciaio di Alfonso d'Aragona! Quante storie d'amore e di gloria, quanti muliebri fatti da Lucrezia d’Alagno, la bella favorita dell'Aragonese, che vi sperò un asilo, alla valorosa Costanza d'Avalos che la difese intrepidamente: quanto timida e sventurata la Favorita: tanto valorosa ed illustre la Guerriera; e sino finalmente alle muse di Michelangelo, a Vittoria Colonna, novella Beatrice di quel Dante delle Arti, alla quale la bell'isola dié amica stanza ed ozi soavi, quasi un rimorso dell'estremo asilo dato cinque lustri prima al Sannazzaro.
La vita d'Ischia comincia con l'estate come quella della spiga, ed in essa si riassume; essa nasce col solstizio estivo, e vive poco più che due mesi; ma in sì poco tempo spande tutto il suo brio.
V'ha tante maniere di trarvi: dalla speditiva passeggiata che vi fa il battello a vapore alla modesta traversata che i lancioni, le barcacce della Marinella di Napoli vi fanno la notte. Gli artisti, i meditativi, e gli economici scelgono quest'ultima, danno, l'addio in Napoli al sole che tramonta e cacciandosi nell'agile legno a vela latina sembrano sfidar quell'astro a chi sarà il primo la domane a trovarsi ad Ischia, ed avviene di rado che la sfida si risolva a vantaggio d'una delle due parti, perché non si sa ancora se le barche arrivino ad Ischia al sorger del sole, o se il sole spunti all'arrivar delle barche. Il trarre a Miniscola in carrozza, di qui a Procida traversare quest'isola, e passar il canale che la separa dalla sorella Ischia è la men disagevole via e la più rapida.
Casamicciola, come quella che è ricca delle terme, è la più corteggiata borgata dell'isola. Tutti concorron qui d'ogni paese e soprattutto d'ogni condizione. L irrequieto touriste che vi accorre non sa come, non sa donde, non sa perché; la stanca aristocratica che vi va per un vezzo, per un capriccio, per un dispetto forsanco, il vagabondo artista che vi trae per rubacchiarne le belle teste delle naturali e i deliziosi accidenti del sito: il positivo ed ozioso villeggiante che vi resta quei due mesi per cangiar noia sotto pretesto di cangiar aria: il soldato che va a tuffar nelle terme le sue gambe di legno sperando che l'acqua rimedii ai danni del fuoco, il vapore alla polvere, la docciatura alla mitraglia: il gobbo che va ad appianarvisi, il rattratto a sciogliervisi, lo storpio a raggiustarsi, il valetudinario a risanarsi, e più d'ogni altra la sterile a fecondarsi nelle famose acque di Citara... Tutta questa gente, sorta indistintamente col sole, comincia a muoversi e a dar segni di vita: cavalca, cammina, si strascina o si fa trascinare come può meglio pei colli, per le vie, alle terme, in cento aggiustature diverse bizzarre o prosaiche, sfarzose o affligenti, da ridurre quelle vie ad un ghetto, ad un bazar, al riposo d'una carovana.

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