La Tonnara di Lacco Ameno (4)

Giuseppe Silvestri

Tra i due barconi vi era il gozzo tenuto fisso dalle cime di poppa e di prua legate ai galleggianti che sostenevano la rete principale. Su di esso vi erano due uomini, che guardavano costantemente verso il fondo del mare. Appena avvistavano il branco di pesci che potevano essere tonni, sgombri, palamiti, pesciluna o pescispada, partiva perentorio un cenno d'ordine ai pescatori che stavano in attesa sullo scieve. Questi tutti in piedi sulla murata, faticosamente, tiravano su le corde per portare in superficie la rete e chiudere la porta della gabbia. In tal modo qualsiasi possibilità di scampo era preclusa ai pesci che, seguendo ingannevoli percorsi, erano entrati nella camera ranna.
A questo punto la rete veniva a mano a mano filata, l'angolo diventava sempre più stretto mentre ci si avvicinava (i pescatori erano passati sui due gozzi) al caporaise. Ormai i pesci stretti in poco spazio non avevano più scampo, si dibattevano e si ferivano urtandosi l'un contro l'altro, così che il sangue spruzzava finché non venivano tutti recuperati nei gozzi e messi nelle ceste predisposte per la spedizione.
Il sistema era tale che in pochi minuti tutto l'impianto era pronto per accogliere altri pesci.
Verso le 17.00 i gozzi riportavano a riva i pescatori, che dopo una intensa giornata di lavoro rientravano alle loro case.
Al tramonto, il gozzo piccolo, condotto a remi da due pescatori, ripartiva dalla spiaggia, per dirigersi verso il barcone ancorato all'estremità Nord della tonnara; su di esso c'era una torretta di metallo contenente una lanterna: i due uomini avevano il compito di accenderla perché segnalasse alle navi di passaggio, nella notte che si affrettava a scendere, la presenza della tonnara.
Il silenzio scendeva su quel tratto di mare su cui tanta fatica, pensieri, lacrime, e forse qualche gioia trovavano quotidianamente il loro motivo di esistere.
La gabbia era in attesa di altri pesci, che nelle ore notturne, costeggiando l'ombra della rete guida, ne andavano a varcare la porta.
Sulla superficie del mare intanto occhiate, vope, pesci rondine o aguglie annunciavano sguazzando la loro presenza.
Nella notte da Monte Vico il canto continuo dei grilli estivi rompeva il silenzio. E c'era qualcuno che di notte si portava a pescare con le lenze nella tonnara legando la sua barca ad un cavo. Erano come ho già detto abbondanti le vope, i saraghi, le occhiate e con pazienza ed un minimo di esperienza si potevano realizzare ottime catture.
Dal 1960 la tonnara non fu più impiantata.

La storia finisce
Le cause furono molteplici: il pescato negli ultimi anni era diventato più scarso, i costi di esercizio erano aumentati, altri sistemi di pesca, soprattutto al tonno, erano stati introdotti e poi certamente la causa fondamentale fu lo sviluppo della nautica da diporto e del turismo.
C'è però chi dice che, dopo la morte dell'ultimo rais della tonnara di Lacco Ameno, il signor Domenico Intartaglia di Procida, detto "Minichiello", nessuno volle assumersi la responsabilità di impiantare la tonnara.
Forse avrebbe avuto ancora qualche anno di attività, ma i tempi e il particolare sviluppo che ormai vedeva protagonista Lacco Ameno con i grandi alberghi costruiti da Rizzoli (Regina Isabella, Reginella, Sporting), contrastava quella struttura che era rimasta in attività per tanti anni.
Ho avuto il piacere di conoscere alcuni pescatori della tonnara, adesso quasi tutti scomparsi: erano persone umili e dignitose, avevano un garbo ed una educazione eccezionali, erano serene pur nelle loro difficoltà che dovevano essere rilevanti e da affrontare quotidianamente per portare avanti una famiglia, nei più dei casi numerosa. Quegli uomini hanno anch'essi segnato con la loro dura attività la storia di questo piccolo paese dell'isola d'Ischia, che ha tante particolarità interessanti e, tra queste, c'è anche quella della tonnara o tonnaia.