La Tonnara di Lacco Ameno (3)

Giuseppe Silvestri

Durante i mesi invernali, dalla fine di novembre a marzo, i barconi erano tenuti in secco sulla spiaggia antistante l'edificio scolastico di Lacco Ameno.
I tre grossi barconi, denominati Caparaise, Scieve, U semafere (detto anche Abbazia) erano allineati l'uno accanto all'altro e poi sempre nella stessa zona erano disposti i gozzi che servivano per i collegamenti e per tutte le operazioni di impianto della imponente struttura di cavi e reti della tonnara.
A ridosso della strada che porta a Piazza S. Restituta, sulla spiaggia, dall'angolo della piccola, antica banchina, venivano collocate, intrecciate in lunga fila, le grandi àncore. Tutto il restante materiale: cavi, reti, galleggianti di sughero, di vetro, i cosiddetti stramazzuoli (corde sottili per armare le reti), remi, etc. veniva custodito parte nei magazzini a pianterreno del palazzo Calise Piro, e parte in una lunga grotta sotto Monte Vico, che tuttora esistente fa parte del complesso Regina Isabella-Sporting, ed è precisamente alle spalle del famoso Ninfeo.
A febbraio iniziavano sulla spiaggia i lavori di manutenzione delle barche, che consistevano soprattutto in calafatura con pece.
Venivano poi sistemate le reti, i cavi, i galleggianti e finalmente iniziava il lavoro di impianto a mare che durava alcune settimane. Tutto si svolgeva sotto la guida dell'  arraise (rais lo chiamano nelle tonnare siciliane).
Il capo era colui che conosceva alla perfezione il tratto di mare interessato all'impianto della tonnara, la sua profondità, il tipo di fondale ed in particolare il movimento delle correnti marine. Al Capo era attribuita tutta la responsabilità dell'operazione di impianto e delle successive attività.
I marinai sistemavano sui gozzi le àncore, i cavi, applicavano i galleggianti di sughero e di vetro e, seguendo ormai quello che era un rituale antico, procedevano nelle complesse operazioni.
Un cavo lungo circa un miglio e mezzo partiva dalla scogliera di sotto il porto, adagiato sul fondo per un tratto e poi tirato su in superficie da gavitelli di ferro posti a distanza di una decina di metri l'uno dall'altro.
Il cavo aveva una direzione Sud-Nord, perpendicolare alla costa della marina, e si portava fino al punto di incrocio con la cosiddetta gabbia o camera della morte.
A questo cavo (negli ultimi anni di acciaio) era legata, fino a toccare il fondo, una rete a maglie molto larghe, la quale aveva il compito di "fare ombra", cioè doveva indurre i pesci provenienti da Est o da Ovest a seguirla, costeggiarla per poi condurli alla gabbia.

Anticamente la rete era sostenuta dalle cosiddette mazzare di cui si parla nei deliberati dei Consigli comunali, successivamente, probabilmente nel 1900, le mazzare furono sostituite da grosse àncore di ferro che, legate a robusti cavi detti resti, erano poste in modo lineare ad Est e Ovest, per tenere fissa la rete ombra, dalla spinta della corrente che in genere durante il corso della giornata cambiava direzione: al mattino spingeva da levante, di pomeriggio da ponente. Si verificava così un perfetto equilibrio di cui erano protagonisti la natura e l'abilità e tecnica dell'uomo. A seconda della intensità della corrente i cavi subivano la trazione ed i galleggianti di sughero e di vetro scendevano ad alcuni metri di profondità per poi risalire in superficie nel periodo in cui la corrente cambiava direzione o spingeva con minore intensità.
È ancora oggi possibile vedere all'altezza di tre o quattro metri sull'estremità della Punta di Monte Vico una roccia ad arte scalpellata (a forma di bitta) da cui partiva un cavo che contribuiva alla tenuta dell'impianto.
Dall'altezza della punta di Monte Vico ad un centinaio di metri ad Est iniziavano gli incroci della rete ombra con le funi di canapa che reggevano le àncore ad Est e ad Ovest delle stesse, come già detto sopra, se ne susseguivano una decina fino ad arrivare all'incontro con la rete principale.
Questa era una rete a maglie strette, di corda resistente a forti pressioni, che formava una gabbia rettangolare, i cui lati in superficie erano di oltre cento metri di lunghezza per una cinquantina di larghezza.
Prima della porta che conduceva alla gabbia o camera della morte c'era uno spazio, camera ranna, dove confluivano i pesci che avevano seguito le reti ombre, che si estendevano anche in direzione Est-Ovest.

La funzione delle barche

Il barcone detto caparaise era tenuto da grossi cavi (che partivano dalle sue estremità, prua e poppa erano identiche, a punta) che si perdevano, legati a grandi àncore nella profondità (una ottantina di metri), verso ponente. Dalla murata di levante partiva la rete principale, che si distendeva fino all'altro barcone detto scieve su cui erano in attesa i marinai.
Una trentina di pescatori, capi di famiglia, soprattutto dei rioni Ortola e Mezzavia, stavano su quella barca dal mattino presto fino alle cinque del pomeriggio. Una decina d'ore a cullare sul mare i loro pensieri e le loro speranze, che forse erano riposte tutte nei figli che potevano immaginare a scuola o a giocare, o qualcuno già intento al lavoro
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