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Ischia : denominazioni

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Mappa di Ortelio
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Cava dell'isola
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P. Polito e C. Mennella
due vite per la conoscenza

 

di Carmine Negro

Cava dell'isola11 febbraio, ore 17,12 - Un sole pallido ed una fila di bizzarre nuvole si trastullano rincorrendosi al tramonto. Discendo i primi dieci gradini, i tredici di un versante ad U ed infine tutti gli altri che col loro percorso seguono il fianco del dirupo. Dopo la scala, la stradina una volta sentiero e ancor prima viottolo angusto dai confini incerti. Chi si avventurava attraverso l’oscurità delle esuberanti e lussureggianti canne palustri tra il profumo del muschio e i gruppi di felci, come in una itinerante e personale diaspora, cercava un luogo privo di condizionamenti dove poter riscoprire il vecchio, cercare il nuovo, incontrare lo scontato e il proibito. Ora contaminata da piccole auto che ne deturpano la traccia, la strada è lastricata qua e là dal cemento che non riesce a nascondere il rigagnolo a tratti melmoso come una volta faceva la terra nuda. Tutt’intorno le case aumentano, come per magia, il loro volume e le canne palustri costrette a ritirarsi danno spazio alla cupa via che con una curva a destra e una a sinistra conduce al mare.
La striscia di sabbia è protetta da una spalliera di tufo scarsamente cementificato. Il costone accentua il proprio dislivello a mano a mano che si avvicina alle due estremità. Una volta la ricca vegetazione rendeva magica l’insenatura. Ora, incalzata dalla forza del vento e del mare, disboscata e sterrata, presenta in più punti profonde ferite. Seguendo il ciglio dell’altura, cinque grossi recipienti, con quello centrale più alto e più sottile, su un tozzo piedistallo, catturano l’attenzione per il contrasto arcaica-forma recente-cemento. Un gruppo di canne palustri molto provate dalla stagione avversa già portano i segni della stagione che si approssima. Due ceppi malamente sradicati si mescolano alle mattonelle, al vecchio intonaco, alle pietre, per abbozzare un rude terrazzo. Dietro, le ombre di alcuni operai che, malgrado l’ora, lavorano lestamente intorno alla nuova costruzione. Dai primi tre vani-porta spicca il bianco dell’intonaco fresco. Segue un arco, ancora un vano, un altro arco tagliato a metà. Un’ala della costruzione si protende in avanti; a terra un telaio attende di essere fissato.
Tre piante di noci spoglie celano male le baracche di quello che una volta era un villaggio turistico. Ora la desolazione e l’abbandono. Il cane che fedele mi aveva seguiti si avvicina. Nei suoi occhi misoneici vedo il villaggio sgombrato, ripulito, rivestito di alberi e canne da chi ha consentito lo scempio. Sorrido contento e incredulo per questo desiderio-sogno da cane. Sotto il villaggio quello che rimane delle diverse frane che hanno divelto quel tanto di rachitica vegetazione rimasta. In alto ancora un’altra costruzione irrompe col suo sguardo indiscreto. È un’ala dell’albergo che stanno costruendo sullo sperone della collina al di là della strada che costeggia con circospezione la spiaggia.
Le Pietre Rosse impavide con la loro dura struttura sfidano la forza dei flutti marini. Sopra il costone di tufo velocemente retrocede. In tre anni è cambiato tanto. Un insieme di grotte chiudevano la spiaggia verso Citara. Grotte che divenivano, di volta in volta, spogliatoio, rifugio per furtive carezze, riparo nei giorni di tempesta. Ora la forza erosiva del vento e del mare le hanno completamente cancellate.
Malgrado tutto, lo spettacolo che si può ammirare resta per molti versi suggestivo. Punta Imperatore ricoperta di verde con il faro bianco, il mare con le nere rocce laviche che emergono qua e là, la Pietra spaccata finemente lavorate dalle forze della natura.
Gli ultimi bagliori di sole fanno fatica a incontrare spazi in cui riflettersi. Grandi quantità di energie permeano masse di acqua che in rapida successione si intersecano dissolvendosi. Uno spesso gruppo di nuvole chiude gli ultimi squarci di azzurro e il cielo si fa cupo. La grossa distesa di acqua si tinge di un luminoso grigio perla, mentre creste bianco-spumeggianti dominano lo sguardo in lungo e in largo.
Il mare d’inverno... il mare d’inverno incute timore. E non solo per il roboante scroscio dell’acqua che si risolve in mille labili bollicine sulle rocce e sulla spiaggia, ma per tutto quello che evoca. Una fascia di terra dove si svolgeva gran parte della cita economica e commerciale completamente scomparsa. Una striscia di terra che si stendeva da Punta Imperatore a Zaro con terreni coltivati e “terreni... infertili, essendo sottoposti al vento et a tempesta” (P. Monti - Ischia, archeologia e storia) che nel non lontano 1650 si stendevano oltre la chiesa del Soccorso che non esistono più. O ancora il mulino a vento sulla marina di Ajemmete che serviva per macinare il “grano prodotto in loco”. Terre che appartengono ormai alla storia di quelle ingoiate dal mare. Un mare terribile capace di cancellare anche l’impronta di chi non ha altra possibilità che il proprio lavoro per testimoniare il passaggio. Mare crudele capace di pietrificare madri, avvolgere nella disperazione e nel pianto spose e figli quando un amaro destino recide la vita tra onde assassine.
Il mare d’inverno... il mare d’inverno incute rispetto. La sua veemenza trasmette il pullulare di vita che nasconde in grembo. Vita che ha visto nascere e sviluppare. Vita che per molto tempo ha gelosamente e integralmente conservato. D’altronde basta allontanarsi poco dalla riva ed entrare in una delle praterie di poseidonie che circondano l’isola per accorgersi di quanto sia complesso questo microcosmo. Organismi mobili e fissi che vivono sopra lo stesso fogliare, fauna mobile che vive nella colonna d’acqua tra le foglie, organismi mobili e fissi che vivono nei rizomi, alla base dei ciuffi o sopra il sedimento.
Il mare... il mare d’inverno ha il sapore della malinconia. Ci rende coscienti con la mistificante linea d’orizzonte e le minuscole e impalpabili particelle della nostra dimensione di esseri sospesi tra l’infinito e l’infinitesimo.

D’inverno la spiaggia è vuota, non ha visitatori.
D’inverno la spiaggia è immensa, si offre con ogni suo angolo.
D’inverno questa spiaggia attende, attende per nascondersi. Dietro i mille colori, i motivi portati dal vento, i berci, le parole sussurrate.
Una volta sfoggiava rigogliosa vitalità e non pochi se ne accorgevano.
Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Enzo Siciliani, Aldo Pagliacci, Libero de Libero, Carlo Ferdinando Russo, François Fejtö, Eduardo Bargheer, Ernst Bursche, sono solo alcuni dei nomi che “le” hanno reso omaggio. Ora che è ufficialmente inagibile e si ricopre quasi del tutto di corpi non ha più nulla da concedere.
Cerco di intuire la traccia delle mie impronte sulla sabbia, la perdo tra mille oggetti. Il mare d’inverno è sincero. Scaraventa con forza quello che si cerca di nascondere nel suo grembo, radiografa la nostra esistenza.
Vado via con passo veloce rimuovendo ogni possibile coinvolgimento. A metà percorso, alcuni vivaci colori. Mi avvicino. Gli abiti di una bambola che fa di tutto per farsi notare, bella, fiera, dominatrice, una vera regina, proprio così una regina.
Se fosse venuta molti inverni fa, avrebbe governato su mucchi di alghe, di spugne, di tronchi d’albero.
Mi approssimo alla risalita.
Dall’alto della strada gli ultimi sguardi. Il buio avvolge lentamente ma inesorabilmente l’insenatura. resta il rumore del mare a testimoniare le lotte e i drammi del microcosmo appena lasciato. Nell’oscurità una figura si avvicina. Mostra una roccia ed un pezzo di tufo. Con insistenza chiede un assenso. Ma i miei occhi sono lontano, fissano un ceppo di canne che chiedono solo un po’ di rispetto per poter germogliare, un po’ di affetto per poter vivere.

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