LA RASSEGNA D'ISCHIA

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NEAPOLIS - La città nuova guarda al passato

di Carmine Negro

“Napoli è una città ricca di memoria e deve essere uno dei nostri fari di civiltà”. Così è per Antoine Gallimard, presidente della presti-giosa casa editrice, che ha approntato una raffinata enciclopedia tascabile di 350 pagine su storia, cinema, teatro e cucina partenopea.
Una guida che, attraverso i testi di Plinio il giovane, Virgilio, Goethe, Stendhal, Chateaubriand, Matilde Serao, Bruna Maria Ortese, Elsa Morante, Curzio Malaparte, racconta la storia, l’architettura, l’archeologia della città. Disponibile, per ora, solo in francese, al prezzo di 185 franchi, sarà ben presto tradotta in inglese, spagnolo, tedesco e giapponese, oltre che in italiano in un’edizione curata dal Touring Club, e sarà distribuita in Europa, in Nord America e in Estremo Oriente.
Guida per frammenti, quella di Gallimard, va alla ricerca del rapporto millenario esistente tra la Campania e l’Europa con pagine dedicate alle catastrofi, alle distruzioni e alle ricostruzioni. Napoli, per i Francesi, è l’unica città europea ad aver rifiutato l’Inquisizione, l’unica a non avere un ghetto per gli ebrei, l’unica che parlava greco, sotto l’impero romano, e come ha ricordato Jean Noel Schifano, direttore dell’istituto Grenoble di via Crispi, alla presentazione del volume nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino il 14 giugno 96, “l’unica che ha regalato perfino le favole all’Europa, favole nate tutte qui sotto il Vesuvio”.
Con Schifano e Gallimard, Antonio Bassolino che a proposito della guida ha parlato di “Una iniziativa di grande prestigio, un grande fatto culturale. Una guida sulla nazione napoletana, senza folclore ma con tacita storia. Da troppo tempo Napoli si era allontanata dall’Europa”.
Questa guida restituisce ufficialmente alla città un ruolo: il riconoscimento internazionale di essere capitale turistica e culturale, il segno tangibile di quello che viene definito il “Rinascimento Napoletano”.

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Scrive Mirella Barracco - Repubblica 11 maggio 1996 - “Solo quattro anni fa non sarebbe stato possibile neanche immaginare che Napoli, da decenni ai margini di circuiti turistici, sarebbe stata scelta come sede della settimana europea del turismo. Ma la scelta di Napoli ... sta a testimoniare un pubblico riconoscimento per il lavoro fin qui svolto, per l’esperienza che abbiamo vissuto negli ultimi cinque anni, in una parola per una politica culturale della collettività che ha avuto ad oggetto la città e il bene comune. Politica che si è poi diffusa nei mille vicoli, invadendo molti campi del sociale: la vivibilità urbana, la dignità del cittadino, l’identità ritrovata, la maggiore attenzione non solo al passato e alle sue vestigia, ma anche al presente e al futuro della città, contribuendo in tal modo all’affermarsi di un sistema virtuoso di sinergie tra turismo, cultura e qualità della vita. E così Napoli sta esportando un modello di politica culturale in cui la collettività è protagonista e grazie alla quale vengono bruciati in poco tempo anni di ritardi e di scoramento”.
I primi segni c’erano stati molti anni fa con la progettazione, da parte dei soprintendenti alle belle arti ed in particolare di Raffaello Causa, delle grandi mostre sul passato di civiltà della città: il Seicento, il Settecento, il Vedutismo, alcuni artisti di straordinaria sensibilità. Si erano, poi, avute le manifestazioni di Napoli Porte Aperte e La scuola adotta un monumento, nate nella città per la città; manifestazioni che hanno saputo scuotere le coscienze, far diventare la città stessa un modello da ammirare e imitare.
L’evento G7, cioè l’incontro delle sette nazioni più ricche del mondo e dell’Unione Sovietica, richiamando i grandi mezzi di comunicazione di massa, giornali e televisioni di tutto il mondo, l’aveva posta sotto i riflettori, trasformandola in una grande vetrina. C’è stata, infine, una giunta che ha saputo cogliere fermenti e tensioni che si manifestavano nel suo tessuto vivo ed ha individuato nei Beni Culturali ed Ambientali “una risorsa, una grande risorsa del Mezzogiorno e di Napoli”. Ma con quale rapporto tra città/museo e collettività? Per la Barracco “A Napoli, più che ad un pubblico, entità passiva ed indif-ferenziata, la politica culturale degli ultimi anni, a cominciare dalle giornate Porte Aperte, ha scelto di fare riferimento alla comunità, intesa come agente attivo di un processo di conoscenze e partecipazione sociale”.

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L’Università degli Studi di Napoli Federico II ha voluto contribuire al programma di recupero dei valori storici e culturali della città, istituendo il centro Museo delle Scienze Naturali, costituito dai Musei di Antropologia, Mineralogia, Paleonto-logia e Zoologia.
Esteso su una superficie espositiva di 2700 metri quadri, il Centro dispone di sale espositive di notevole valore storico. La sala settecentesca di San Marcellino e Festo per le collezioni di paleontologia, la sala settecentesca dell’ex Collegio Gesuitico per le collezioni mineralogiche e le sale ottocentesche per le collezioni di Zoologia.
L’interesse nuovo è quello di "... conservare, curare, ordinare ed incrementare le collezioni di interesse scientifico, al fine di salvaguardarne l’integrità e di consentirne la consultazione per scopi scientifici" (art.1 D.R. n.10328 del giugno 1991).
In questa direzione può essere letta la donazione degli architetti Felice e Strazzullo della collezione di pietre dure e del prof. Panunzio di un blocco di roccia vesuviana contenente conchiglie fossili; oggetti attualmente esposti nelle sale del Museo di Mineralogia. O, ancora, la donazione di un delfino di notevoli dimensioni al Museo di Zoologia o ancora l’acquisto per il Museo di Antropologia della collezione Novellino recentemente giunta in Italia dall’isola Palawan nelle Filippine o l’acquisto del-l’Allosaurus fragilis per il Museo di Paleontolo-gia, con una mentalità dinamica dell’oggetto mu-seale inimmaginabile fino a pochi anni fa.

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Così appariva la città in un articolo dal titolo Guardarsi per interrogarsi comparso in occasione della mostra “All’ombra del Vesuvio. Napoli nella veduta europea dal Quattrocento all’Ottocento” (Rassegna d’Ischia n.5/1990 pagg. 21-23):
È sul terrazzo, luogo privilegiato per guardare la città a 360 gradi, che abbiamo nitida l’immagine del presente reale, quello modificabile. Il Castello, talvolta protagonista, talaltra muto testimone delle vicende della Sirena Partenope, è lì a mostrarci le ferite e i desideri di una città che pure nel ‘700 veniva definita la più bella d’Italia. Nei palazzi la divisione del potere è per correnti, nei quartieri per famiglie e la città impotente assiste, sopporta, sopravvive. Assopita nei piccoli disegni che “le buone conoscenze” hanno tracciato per gruppi o per ognuno al solo scopo di un legame o meglio di una dipendenza. Qualcuno obbietta che l’una è legale e l’altra no, ma questo castello è insensibile e guarda alla procedura, osserva i risultati. Il traffico riannerisce i palazzi appena restaurati, una sirena si fa largo a fatica nella speranza di arrivare prima che sia troppo tardi. I soliti ladri salgono sul 106 o 150, le linee più affollate, nella speranza di trovare qualcuno che ancora non li conosca, e i posteggiatori abusivi impongono la loro tangente che ormai tutti pagano senza batter ciglio. Questa città, una città dove anche per avere un certificato è bene “conoscere qualcuno”, al momento giusto e al posto giusto, dove l’immondizia sovrasta regina e l’acqua non si può bere, l’aria pare sia sotto controllo. Una città che ha rinunciato, con l’indotto, ad una delle industrie più redditizie delle società moderne - il turismo - pur avendone tutti i requisiti. Una città che non ha saputo sottrarre manovolanza alla delinquenza organizzata perché non ha saputo offrire alternative valide e si ritrova con una disoccupazione da terzo mondo. Una città che addirittura invita a smembrarsi, a rinunziare, ... a non guardarsi.

La città di oggi ci sembra lontana da quella descritta dall’alto di Sant’Elmo nel 1990, non per le tante contraddizioni che ancora permangono, ma per il clima che si respira. Gli scippatori, ad esempio, ora invece del 106 o del 150 utilizzano l’R2 per le loro imprese, ma in molti bus c’è il logo de “Il Mattino” con la scritta “Borseggiatore so chi sei. Non mi freghi”. Il desiderio espresso in quell’articolo di ... una città finalmente sgombrata dalle macchine e restituita con tutti i tesori che contiene alla fruizione di artisti, intellettuali, semplici turisti, a trasformare il ventre molle della città in spina dorsale ripulendola dal marcio e dal provvisorio sembra si sia avverato. Resta ancora un lungo tragitto da percorrere ma la direzione sembra quella giusta, il cammino intrapreso quello necessario.

“Questa consapevolezza acquisita di recente a Napoli - ricorda ancora la Barracco - è indispensabile nelle nostre regioni meridionali, dove in passato, anche l’indifferenza della comunità ha permesso la cementificazione selvaggia delle coste, l’abbandono delle risorse artistiche e dei centri storici minori, la realizzazione delle strutture sovradimensionate”.

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