LA RASSEGNA D'ISCHIA

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La pittura di Ciro Ciardiello


di Carmine Negro

In un saggio sul destino del romanzo Milan Kundera scrive: “ … il romanzo è anch’esso, purtroppo, corroso dalle termiti della riduttività che non riducono soltanto il senso del mondo ma anche il senso delle opere. Il romanzo (come tutta la cultura) è sempre più nelle mani dei mass-media che, essendo agenti unificatori della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo della riduttività. Ha scarso rilievo il fatto che diversi interessi politici si esprimono nei loro diversi organi. Dietro questa differenza di superficie regna lo spirito comune. Basta sfogliare i settimanali politici americani o europei, quelli di destra o come quelli di sinistra, da Time a Spiegel: hanno tutti la stessa visione della vita che si riflette nello stesso ordine nel quale i loro sommari sono composti, nelle stesse rubriche, nelle stesse formule giornalistiche, nello stesso vocabolario e nello stesso stile, negli stessi gusti artistici e nella stessa gerarchia di ciò che ritengono importante e di ciò che ritengono insignificante. Questo spirito mi sembra contrario allo spirito del romanzo … (che) … è quello della complessità”.
Così la critica d’arte contemporanea, tesa a proporre le vicende d’arte come successione nel tempo di eventi che di volta in volta affiorano e raccolgono su di loro una assolutezza del momento, trasmette un messaggio che senza dubbio è all’opposto di quello “spirito della complessità” di cui parla Kundera.
Per Gombrich non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Ci piace considerare la scelta dell’artista come un percorso, un tessuto di scelte diverse, alternative e conflittuali, radicate nella diversità alternativa e conflittuale delle situazioni compresenti nell’epoca.
Con questa idea dell’arte ci avviciniamo alla pittura di Ciro Ciardiello. Il suo percorso creativo si sviluppa attraverso l’analisi e la riproposizione di opere di grandi artisti, la ricerca di un linguaggio figurativo capace di dare voce a quel mondo interno che spesso voce non ha. E’ un viaggio che ha radici lontane e che le numerose vicissitudini della vita hanno trasformato, ma non sono riuscite nè ad assopire né a spegnere. Il desiderio creativo lo ha atteso al varco con una scommessa: vivere per l’arte anzi vivere con l’arte.

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La passione per la pittura è sempre stata forte: da bambino eccolo a dipingere con l’unico tubetto di colore, la dama di plastica; la forte predilezione, alla scuola media, per le discipline artistiche; la naturale scelta, dopo la scuola dell’obbligo (1968), incoraggiato anche dal padre, dell’istituto d’arte. Dopo il diploma (1973) sceglie un percorso apparentemente lontano da quello seguito in precedenza: la laurea in Biologia. Durante il periodo universitario, i nuovi studi catalizzano la sua attenzione, e abbandona, quasi del tutto l’arte del dipingere. Conseguita la laurea, un primo lavoro, per una grossa casa farmaceutica, è seguito da un impiego presso uno studio privato e intanto il ritorno sporadico all’antica passione: la pittura. Dopo i primi quadri, per gli amici o da tenere in casa, riesplode, con forza, l’esigenza di passare ore a dipingere come momento catartico capace di dare equilibrio alla tensione quotidiana e non.
Gli vengono commissionate copie di grandi opere da Caravaggio a Klimt da Floris Van Dick a Sciltian e lui le esegue con risultati sorprendenti.
La tecnica si raffina e le tele realizzate sono permeate di una forte luminosità allo stesso tempo antica, come quella che gli autori avevano pensato per le loro opere, e moderna per quella scelta del colore radioso e brillante. Utilizza i colori acrilici per abbozzare il quadro, per creare un sostegno al colore che spesso non è coprente, passa , quindi, ai colori all’olio che spalma con raffinata tecnica capace di cancellare del tutto la pennellata.
Lascia tutte le attività e decide di dedicarsi completamente alla pittura, sceglie di vivere non solo per l’arte, ma soprattutto con l’arte.
“Io mi considero un autodidatta, l’istituto d’arte, certamente, mi ha dato una conoscenza del dato tecnico e gli insegnanti mi hanno molto stimolato; come posso dimenticare il prof. Giovanni Meo che credeva molto nelle mie capacità e per consentirmi un esercizio continuo, anche a casa, faceva scivolare nella tasca del camice piccole quantità di polvere di colore. A dipingere un quadro, comunque non te lo insegna l’Istituto d’Arte: è una questione di manualità che si acquista con l’esercizio e di sensibilità che si acquista con il tempo e non solo con quello.

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“Premesso che per fare una copia si dovrebbe utilizzare l’originale ed avere la relativa autorizzazione del museo, che la fotografia non è in alcun modo avvicinabile all’originale e che questi motivi uniti ad altri mi portano a realizzare non una copia ma la mia copia dell’opera, devo confessare che per me è stato estremamente utile studiare i capolavori da dipingere. Sono costretto a pensare come l’artista ha riprodotto un determinato oggetto o come ha realizzato un particolare colore”. E a questo studio del particolare accurato e minuzioso, in altre parole scientifico, non è estraneo il corso di studi in biologia che educa ad indagare, con un modello scientifico del sapere, la meraviglia dell’infinitesimo.
La vera produzione di Ciro segue un percorso che possiamo definire metafisico-surrealista. In atmosfere sospese e immote ambienta le sue figure, che sono animali, frutta o oggetti comuni spesso uniti in simbiosi originali che rivendicano il valore dell’esperienza onirica, dell’inconscio e dell’istinto, dell’immaginazione e della fantasia. Spesso le sue opere lasciano trasparire il senso del mistero o il mitico richiamo alla classicità, ma è il senso di isolamento in cui sono immerse ad essere strumento di concentrazione sugli aspetti plastici e cromatici della realtà. Tra i numerosi quadri soffermeremo la nostra attenzione su due opere. Su un raffinato drappo di velluto rosso è rappresentato il volto di un guerriero con elmo di ceramica bianca. Privo di colore, ma non per questo freddo vive di luce riflessa; neanche l’abbraccio della natura riesce a scuotere e a destare la sua solitudine, anzi è la natura a soccombere e a cristallizzare sulla sua superficie. Non è un vuoto in cui potersi identificare e neanche un pieno capace di esprimere e di esprimersi compiutamente, è una sospensione tra uno sguardo rivolto verso il basso ed un elmo che si spinge in alto là dove le pieghe del rosso perdono la loro brillantezza. Il panneggio-fondo del guerriero è diventato nella tela lo “Sguardo” trama articolata di una preziosa tessitura. In questa opera non è più l’ente a determinare l’oggetto da descrivere, ma le relazioni tra gli elementi della tessitura a costruire nella mente dell’osservatore l’elemento descritto. Il viso nello “Sguardo” è visto in trasparenza, emerge dalle pieghe del drappeggio tradito solo dagli occhi verdi smeraldo capaci di comunicare la vita umana sospesa tra l’infinito e l’infinitesimo.
Il drappeggio lo ritroviamo spesso nella produzione dell’artista sia nelle copie di opere famose che nella produzione personale e sono delle vere preziosità. Si rifanno all’opera di Sciltian che aveva come ideale la rappresentazione della bellezza ricavandola dalla realtà e riportandola su di un piano metafisico e surreale, vista in modo immobile e distaccata, in un’aura magica. Per Ciro: “Più è reale la raffigurazione dell’oggetto e più è surreale l’effetto finale”.

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“Nella scultura togli qualcosa per arrivare alla forma finita, nel quadro, al contrario, devi aggiungere qualcosa, sovrapporre qualcosa fino ad arrivare all’opera che si è immaginato di realizzare e porre all’attenzione di chi ti è accanto.” Queste parole mi risuonano mentre rivedo con la mente un po' tutta la produzione dell’artista. Avevo visto anni fa alcuni quadri di Ciro ed ero rimasto impressionato dai colori forti e accesi, di grosso impatto emotivo, che dal buio delle tele esplodevano all’esterno catturando l’attenzione e la curiosità del visitatore. Avevo potuto visionare, poi, la riproposizione o, come dice Ciro, “l’omaggio” ad artisti del 500 e del 700, opere fatte su commissione, ed ero stato colpito dalla osservazione meticolosa che fa dell’originale. E’, comunque, la produzione surreale quella che realmente rispecchia il suo animo: autentica, onirica, raffinata, colta e intima. Certamente per produrre una pittura sarà necessario aggiungere pennellate di nuovo impasto di colore, ma ogni tratto di quel colore è un tratto di vita attraversato da angosce e da solitudini e sublimato dal pennello che segna il tempo e scandisce lo spazio dando ad ogni elemento la ricchezza di una contaminazione e la possibilità di una riflessione. Per questo Ciro, con la sua scelta coraggiosa e le sue rappresentazioni ripete storie antiche e racconta favole moderne, dà voce all’uomo che con la sua individualità si oppone all’esperienza spesso massificante che ci ruota attorno e spesso coinvolge.

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