LA RASSEGNA D'ISCHIA

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A Napoli la mostra celebrativa per il IV centenario della nascita

Jusepe de Ribera


di Carmine Negro

La Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli insieme al Museo del Prado di Madrid e al Metropolitan Museum of Art di New York ha organizzato una mostra monografica su Jusepe de Ribera nel IV centenario della sua nascita. E' la prima volta che l'opera di Ribera detto 'lo Spagnoletto, uno dei più grandi artisti del Seicento europeo, viene rivisitata con un tal numero di opere, e la rassegna, curata da Alfonso Pérez Sánchez direttore del Prado e dal Soprintendente Nicola Spinosa, propone una visione inedita dell'artista grazie anche all'identificazione di diverse opere finora sconosciute e al restauro di altre che le ha restituite all'antico splendore.
Ribera nasce a Jàtiva, nella provincia di Valencia, nel 1591 dal calzolaio Simone Ribera e Margarita Cuco sua prima moglie. Sugli inizi di Ribera nella sua terra natale fino al suo arrivo in Italia giovanissimo le conoscenze sono quasi nulle. Josè Milicua riportando l'opinione di Mayer e Tormo fa notare nella pittura di Ribera affinità particolari con Francisco Ribalta e altri artisti attivi a Valencia nel primo decennio del Seicento come Vicente Requena e Juan Sarinema soprattutto per quanto riguarda il rigore espressivo, l'intensità ed una certa inclinazione ad una visione piana delle realtà tipiche sia del manierismo escorialense che di quello "reformado"(pag.20 Catalogo). La notizia più antica della sua presenza in Italia risale al giugno del 1611 quando gli fu pagato il "San Martino che divide il manto con il povero", dipinto per la parrocchia di San Prospero a Parma. Questa prima opera, di cui si ha notizia, ci consente di sapere che già a vent'anni il Ribera era un pittore molto stimato e lo dimostra la lettera scritta nel 1618 dal decano dei pittori dell'epoca Ludovico Carracci. Scomparso l'originale le numerose copie non sono sufficienti a dare un'idea precisa di questo San Martino che procurò al suo esecutore precocemente la fama. Il cavallo di sbieco in movimento verso di noi si distingue per l'eleganza dell'aspetto e dell'andatura; l'uso della luce, unito al mendicante con la gamba di legno e il bastone e la figura del santo con il berretto, rivela una certa familiarità con l'ambiente caravaggesco. Ed infatti la permanenza di Ribera a Parma non è una tappa del trasferimento dalla Spagna ma un viaggio realizzato da Roma. Non si conosce nè quando, nè con quale itinerario Ribera venne a Roma anche se la data non dev'essere molto lontana dal 1608-1609; è persino probabile, secondo lo storiografo Milicua, che prima di Roma il viaggio avesse avuto una tappa a Napoli dove avrebbe potuto venire in contatto con la pittura del Caravaggio o
dei suoi seguaci o con lo stesso Caravaggio e i suoi seguaci.
Secondo Spinosa è più probabile che non ci sia stata una traversata Valenza-Napoli, perchè il mare era infestato dai pirati barbareschi, ma che sia partito da Alicante e sia giunto a Genova; e il viaggio sia poi proseguito in terra lombarda, dove potè prendere contatto con i pittori che seguono il passaggio dal tardo-manierismo al naturalismo, lo studio del mitico Correggio a Parma e forse anche il naturalismo di area carraccesca.
Nel 1613 viveva già a Roma come documentato da una convocazione di una riunione che doveva aver luogo il 27 ottobre 1613 conservata nell'archivio dell'Accademia di San Luca.
E' certificato dai registri parrocchiali "Status animorum" che Ribera nell'aprile del 1615 e nel marzo 1616 abitava in via Margutta, la strada romana dove risiedevano i pittori in compagnia di altre persone tra cui i fratelli Jerónimo, nel 1615, e Juan, nel 1616.
Giulio Mancini medico senese di Urbano VIII, prezioso annotatore dei fatti pittorici romani, quattro anni dopo che l'artista aveva lasciato Roma per Napoli in una biografia del pittore mette in luce alcuni lati del suo carattere. In particolare la sua "gran rethorica", vale a dire la sua capacità d'incantare la gente con le chiacchiere, che si accompagnava ad una apparente sprovvedutezza e al disordine della vita. E' il caso di quanto fu portato davanti al governatore per il sospetto che voleva fuggire per non pagare un debito e convinse il governatore stesso a pagare il debito con la promessa di alcune pitture in cambio.
Eppure, ricorda Mancini, guadagnava molto ma con tante persone in casa che mangiavano a sue spese i soldi non gli bastavano. Mentre riusciva a tranquillizzare i creditori amanti della sua pittura con la promessa di risarcirli con le sue opere questo non era possibile con osti, fornai e fruttaioli.
"Giunto A Roma, con una formazione già rigorosamente umanistica, studia Raffaello e Michelangelo, si mostra attento all'uso del disegno come strumento di approfondimentoconoscitivo della realtà e come metodo di organizzazione visiva di "una prima idea" da tradurre poi in pittura. In questo, differenziandosi profondamente dagli altri naturalisti del suo tempo.(da una intervista di Denise Pagano a Nicola Spinosa in "Quanto spagnolo, quanto napoletano?" da "Il giornale dell'arte" N.97, Febbraio 1992 )
Risalgono al periodo romano i "Cinque Sensi", opere dal vigoroso naturalismo caravaggesco con un dato del tutto innovativo e con accenti molto polemici di questo tradizionale soggetto allegorico,; un esempio è dato dalla cipolla tagliata in due che sostituisce il fiore per simboleggiare l'"Olfatto". In queste opere egli eleva a ruolo di protagonista la gente della strada, raffigurata con rigore realista ma con irripetibile individualità che consente di cogliere le sfumature delle persone e il loro stato d'animo. La densa materia pittorica, piana e uniforme, la realizzazione delle carni la prodigiosa qualità plastica degli elementi fanno di questi dipinti i primi capolavori dell'artista.
Le sue pitture, in particolare alcune di esse, proprio per l'eccessivo realismo che si traduceva negli efferati martirii, nei corpi segnati da una fitta rete di rughe, nella vecchiaia spesso ricoperta da stracci infetti portò una certa critica a definirlo tenebroso. In questo coadiuvati da alcune biografie italiane che, raccontando il periodo giovanile passato a Roma, presentarono la sua vita disordinata, i suoi costumi "un pò licenziosetti", la sua prodigalità e trascuratezza, le sue vicende di eterno debitore insolvente. I Romantici, in particolare, fecero di lui il classico artista maledetto; Byron immaginava Ribera "nutrire la sua tavolozza col sangue dei martiri" e Tèophile Gautier lo definisce in una poesia a lui dedicata "un moro che il battesimo ha fatto appena cristiano" colpito "dal triste amore del brutto", "inebriato dal vino dei supplizi" ma che "sapeva rivestire d'una strana bellezza i tre mostri antichi aborriti dall'arte antica: il Dolore, la Miseria, la Caducità(pag.87 Catalogo Mostra).
Ma la mostra fa emergere con tutte le sue ricchissime sfaccettature un Ribera molto differente dai canoni romantici che va dalla produzione giovanile, in parte legata all'esperienza di Caravaggio (a Roma entra in contatto con i caravaggeschi nordici come Terbruggen, Baburen, Valentin, Douffet), dominata dalla tonalità scura a una più matura in cui il colore diventa particolarmene vivo, raffinato, prezioso. Spirito libero, dalla cultura complessa, che deve alla sua luminosa naturalezza la sua originalità, Ribera è soprattutto un grande pittore europeo profondamente coinvolto nella vicenda del naturalismo italiano dei primi decenni del Seicento ed immerso nella storia artistica e nella cultura religiosa di Napoli.
E' al seguito del vicerè Duca di Osuna alla metà del 1616 che Ribera si trasferisce definitavamente a Napoli, dove sposò la figlia del pittore Bernardino Azzolino e dove restò fino alla morte nel 1652.
Napoli considerata, già allora, per bellezze paesistiche e varietà di antiche memorie uno dei luoghi mitici e più celebrati della penisola italiana, era una città in profonda trasformazione: si costruivano, sotto la spinta delle nuove esigenze imposte dalla Controriforma, nuovi conventi e nuove chiese o si ristrutturavano le strutture esistenti ed in più il nuovo bisogno di prestigio sociale aveva portato il patriziato ad appaltare grossi lavori di ristrutturazione per ammodernare e abbellire antiche e nuove residenze.
Ribera quando arriva a Napoli non solo trova una città in pieno fermento per varie e consistenti imprese nel campo dell'edilizia sacra e civile dalle quali sperare in sicure commesse, ma soprattutto viene in contatto con un ambiente che "da qualche anno veniva sperimentando in pittura, su esempi e modelli del Caravaggio, soluzioni apparentemente affini, per intensità luministica e concretezza naturalista, a quelle che personalmente aveva prodotto di recente al tempo del soggiorno romano."(Catalogo p.31).
In effetti l'arrivo di Ribera coincide con la crisi delle locali esperienze naturaliste per la morte prematura di Carlo Sellitto e la partenza da Napoli di Battistello proprio nel 1616 alla ricerca di nuove eleganze formali e ritrovata sontuosità compositiva che lo porterà, tornato in città, dopo il 1620, a realizzare opere di una bellezza sempre più astratta e irreale in cui il periodo caravaggesco è solo un pallido ricordo e che potremmo definire antinaturalista e neo-manierista.
Le opere di questo periodo come "Democrito","San Girolamo e l'angelo del Giudizio", "San Pietro penitente", "San Sebastiano", "Martirio di San Bartolomeo" realizzati per il vicerè Duca di Osuna e trasferiti in Spagna o "San Pietro e San Paolo" del Museo di Straburgo o "Cristo flagellato" e "Sant'Andrea" degli stessi Girolamini di Napoli non divergono da quelle prodotte dall'artista a Roma. Stesso taglio compositivo, identico uso della luce a definire profondità di campo, in questo periodo sempre limitata, identica lucida e raffinata compattezza delle dense stesure cromatiche. Così come nella personificazione dei "sensi" del periodo romano le immagini sono quelle dei vecchi: con l'epidermide segnata da rughe profonde, con le mani nodose per le lunghe fatiche, coperti da panni laceri e consunti, resi saggi dagli anni e dagli stenti, che lutti e dolori non hanno privato di autenticità di emozioni e profondità di sentimenti. L'autore li incontra invece che nei quartieri di Trastevere o di Ripetta ai Vergini, alla Sanità, intorno al porto nei vicoli stretti e bui dei quartieri spagnoli.
Con il "Calvario" di Osuna eseguito nei primi mesi del '18 Ribera sperimenta nuove soluzioni di rigorosa geometrizzazione delle forme e dei volumi e inediti effetti di luci sulle stoffe preziose. Attraverso elementi secondari approfondisce il campo visivo e con l"'uso di una luminosità atmosferica che definisce lo spazio, costruisce i volumi e si appresta a diventare elemento di sondaggio psicologico dei personaggi raffigurati" (opera citata Il giornale dell'arte N.97 Febbraio 1992).
Sono di questo periodo la "Maddalena penitente" di casa Chigi a Roma, il "Cristo deposto della National Gallery di Londra, il "San Sebastiano con Sant'Irene del Museo di Bilbao.
Il passo successivo è dato dalla scoperta della luce atmosferica come rivelatrice di realtà fisiche e psicologiche e che porta Ribera a porsi il problema della necessità di tradurre immagini colte dalla realtà quotidiana in scene emblematiche sulla condizione umana. Questo processo tocca il culmine intorno al 1630 con le serie degli Apostoli e dei Filosofi, che esprimono non solo valori plastici, ma contenuti umani e sentimentali. E' del 1632 "Giacobbe e il gregge" dell'Escorial, restaurato per l'occasione, in cui la luce naturale restituisce verità e naturalezza alle persone e alle cose ed esalta la qualità propria delle materie cromatiche.
Negli anni Quaranta accanto a capolavori ci sono opere di più modesta qualità per lo stato di salute piuttosto cagionevole che probabilmente non gli consentiva di intervenire sempre personalmente. Rimangono, comunque di questo periodo, dipinti di esaltante bellezza come il "Pied bot" del Louvre o il "Matrimonio mistico di Santa Caterina" del Metropolitan Museum.
Ribera è il riferimento per la pittura napoletana dell'epoca che guarda a lui" per tradurre in termine di verità naturale e di concretezza sentimentale la realtà raffigurata e non come evasione di questa realtà(opera citata Il gionale dell'arte). Negli inoltrati anni 50 la prestigiosa pittura napoletana avrà una nuova svolta, in senso barocco, con Luca Giordano.
Ma Ribera nell'utimo periodo sperimenta soluzioni di pittura moderna a cui attingeranno Goya per darci brani di toccante umanità, Ribot per le fonti naturalistiche, Manet, Picasso e Matisse per la ripresa dei valori naturali di luce e colore.

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